
Da quando era rimasta vedova la marchesa si era ritrovata a mandare avanti, da sola, tutto l’ingente patrimonio di famiglia. Suo marito era morto giovane ma l’aveva lasciata in compagnia di tre bambini. Anche per i suoi figli decise di impegnarsi sempre di più in quella che era diventata, negli ultimi anni, l’unica fonte di ricchezza a loro disposizione: la viticoltura.
Decise così di lasciare il palazzo di città e trasferirsi direttamente nella fattoria più importante che avevano. Da quella collina avrebbe visto soltanto boschi, vigneti e le case coloniche dei suoi sottoposti. Avrebbe forse rimpianto la mondanità, i salotti urbani, le serate a teatro o i concerti del sabato pomeriggio? Sperava di no, il lavoro l’avrebbe assorbita completamente e non c’era una stagione in cui si sarebbe potuta riposare perché seguire la semina, le potature, la vendemmia e la raccolta delle olive da frangere richiedevano tante energie. E poi c’era la villa da mantenere, i lavori di rifacimento, i ragazzi da seguire nella crescita e negli studi.
All’inizio era molto preoccupata. Quando si trasferì in campagna definitivamente sentì tutti gli occhi su di sé. Le famiglie dei contadini le allestirono un pranzo memorabile, apparentemente in allegria, ma lei durante tutto il banchetto si sentì scrutata, analizzata, giudicata. Nel XIX secolo non era frequente che una donna prendesse in mano le redini della famiglia e che volesse improvvisarsi imprenditrice. Sarebbe stata all’altezza del suo amato marito? Andando a letto, quella sera stessa, rivolse una preghiera al coniuge e gli giurò che avrebbe investito denaro ed energie nella produzione di un nuovo vino, per immortalare il loro sentimento. Avrebbe prodotto un rosso, colore dell’amore e della passione dalla tonalità intensa, esattamente come quella del rubino che lui le aveva regalato il giorno del fidanzamento e che troneggiava, meravigliosamente incastonato in una corolla di diamanti, nell’anello che lei portava sempre all’anulare sinistro, accanto alla fede nuziale.
Si mise all’opera rivolgendosi innanzitutto al fattore. Gino però era un uomo senza fantasia, operoso sì ma ripetitivo. Non leggeva, non studiava, non si aggiornava. Fu dunque costretta inizialmente ad agire da sola. Decise di andare alle fiere del bestiame, a contattare altri fattori, altre maestranze. Poi ordinò dei libri per informarsi meglio di quello che veniva prodotto in Italia. Arrivò dunque a leggere di enologia e degli esperimenti svolti da esperti piemontesi e veneti. E dato che era una donna di mondo scrisse lettere per invitare esperti di vino nella sua tenuta.
Il miracolo finalmente avvenne. Un certo giorno arrivò la lettera di un enologo piemontese che preannunciava la sua prossima visita presso la fattoria della marchesa. Avrebbe portato con sé dei vini prestigiosi, anzi dei campioni portentosi di Barolo. Quando scese dalla carrozza, con quei baffoni e quell’accento così strano, fece sorridere tutti. Nessuno immaginava che proprio quell’uomo panciuto e quasi obeso sarebbe stato l’incarnazione del bene, il portafortuna di una casata che rischiava la decadenza. In poche settimane, dopo aver studiato il terreno, la disposizione dei filari, l’esposizione al sole e facendo mille domande sul clima e sull’escursione termica tra giorno e notte, l’ospite fornì la sua ricetta magica: si sarebbero dovuti piantare dei vitigni di Merlot e di Cabernet. Accostandoli al Trebbiano toscano e al Colorino già esistenti avrebbero ottenuto un vino meraviglioso, esattamente come richiesto. Ci volle del tempo, naturalmente, ma la marchesa vinse la sfida. Il suo Appassionato divenne un vino unico per colore e sentore, richiestissimo, che fece la fortuna della casata. Tutto grazie alla perseveranza di una donna lungimirante che non si era fatta intimorire dai pregiudizi.
Giovanna Checchi

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