
Tanto tempo fa, mi iscrissi ad un torneo di scacchi.
Ho imparato a giocare a scacchi fin da bambino e, quando mi si è presentata l’occasione, anche da adolescente e poi da adulto, non ho mai disdegnato di cimentarmi davanti alla scacchiera con chi me lo chiedeva o me lo consentiva.
Anche per la scarsa e sporadica applicazione non ho mai raggiunto livelli tali che mi consentissero di competere con chi sapeva seriamente giocare a scacchi, ma insomma me la cavavo.
Sono sempre rimasto, come avrebbe detto Orazio, nella “aurea mediocritas”.
O, come dovrei dire io semplicemente, nella mediocrità.
Il torneo al quale mi ero iscritto aveva un complicato regolamento, che non è qui il caso di ricordare, ma, in sintesi, prevedeva una prima scrematura con incontri preliminari fra gli iscritti (oltre 80 fra cui una ventina di donne) e una successiva fase ad eliminazione diretta fra i primi trentadue.
Io fui fortunato perché superai il primo incontro perché l’avversario che mi era stato sorteggiato non si presentò.
Superai poi altri due incontri costringendo alla resa i miei due competitori.
Ero pertanto fra i migliori trentadue e, dopo aver vinto un altro incontro, mi aspettava adesso la sfida per entrare fra gli otto che si sarebbero contesi la vittoria nel torneo.
Per questa decisiva sfida, il sorteggio mi assegnò come avversario una ragazza, tedesca che, mi ricordo, si presentò come Ghertrud e un complicato cognome che non ricordo e che comunque non riuscirei qui a trascrivere correttamente.
Ed era una bella ragazza dai capelli biondi.
Non sono in grado di aggiungere altri aggettivi.
Posso dire soltanto che era veramente bella.
Non sono mai stato un Don Giovanni, ma sono sempre stato assai sensibile al fascino femminile e, in quella sfida, non riuscivo a concentrarmi come avrei dovuto.
Mi sembrava di essere il paggio Fernando della celebre commedia di Giuseppe Giacosa “La partita a scacchi” (una volta molto famosa e rappresentata) e mi aspettavo che, fra una mossa e l’altra, la mia avversaria, come la Iolanda della commedia, mi chiedesse <<Paggio Brunetto perché mi guardi e non favelli? >>
Al che, come il paggio Fernando, avrei prontamente risposto <<Guardo gli occhi tuoi che sono tanto belli >>
E poi forse, chissà, Ghertrud, come la Jolanda della commedia, mi avrebbe fatto vincere.
Ma la bella Ghertrud non mi fece alcuna domanda e, con teutonica concentrazione e applicazione, in poche mosse mi dette scacco matto.
E così fui eliminato e non potei concorrere all’assegnazione di coppe, targhe e medaglie.
Relegato nella seconda parte, della competizione, quella degli sconfitti, riuscii comunque a farmi valere conquistando un onorevole dodicesimo posto, gratificato dal diploma che riproduco qui di seguito.
E Ghertrud?
Non vinse il torneo, si fermò alle semifinali.
Ma, se ci fosse stato un premio per la più bella giocatrice del torneo, avrebbe vinto alla grande.

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