Mai dire mai. Sebbene intenzionata a colmare il gap della mancata lettura e conoscenza di Rex Stout e del suo arcinoto-personaggio, Nero Wolfe, (assolutamente da non sottovalutare nella panoramica del giallo classico) i precedenti contatti mi avevano lasciato abbastanza freddina. Così che ho ripreso a leggere questo autore a distanza di diversi anni. Credo che a questo distacco abbia contribuito l’eccentricità vicina allo snobismo dell’investigatore e il relativo non facile reperimento dei testi. Al secondo problema ha messo riparo nei Beat Bestseller Neri Pozza editore. A superare l’altra questione mi ha aiutato la consapevolezza che per trovare un protagonista più vicino alla gente comune non si può andare a pescare nel giallo classico degli anni trenta di lingua inglese o americana. Piuttosto bisognerà guardare alla narrativa poliziesca per trovare parziale soddisfazione nel genere hard boyled oppure scendere nel continente a leggere Simenon e il suo Maigret (per citare l’esempio più concreto di un personaggio piccolo borghese).
Dunque Rex Stout e il suo “Red bull “hanno vinto il mio scetticismo.
Sul testo in sé ho poco da dire: il romanzo, edito nel 1940, fa parte della prima produzione. Non mi risulta che la critica gli abbia dedicato particolare apprezzamento. Reputo che le opere da me lette in precedenza, in particolare “Alta cucina” e “Orchidee nere” godano di maggiore fama.
Fatto sta che queste pagine mi hanno colpito convincendomi del valore di questa narrativa.
Ho riconosciuto e sono stata ammaliata dalla limpidezza della prosa. Dallo scorrere della lettura senza salti logici, dalla ricchezza di immagini sempre ben calibrata, dalla capacità di osservazione che dona spessore ai personaggi senza mai risultare pesante o cadere in banalità e luoghi comuni.
A tenermi incollata alle pagine è stato il carattere del personaggio principale, un Nero Wolfe dalla logica ferrea, in possesso di un’autostima che lo rende consapevole della propria etica professionale. Egli ci fa conoscere il suo metodo di indagare e senza mezzi termini sfodera il suo non abbassarsi a compromessi, pretendendo dal cliente e anche dagli squinternati rappresentanti delle autorità quella sottomissione che appare equa e indispensabile a portare a casa il risultato, cioè la soluzione dell’enigma.
Al successo della storia contribuisce, in un saggio bilanciamento, l’apporto di leggerezza che Archie Goodwin, la spalla di Nero Wolfe, offre. Un apporto stimato dal suo datore di lavoro e indubbiamente dal lettore. D’altronde, vista la viziosa poltroneria che costringe Nero Wolfe ad agire senza allontanarsi dalle mura domestiche, in una sorta di smart working ante litteram, gli occhi e gli orecchi di Archie sono indispensabili alla riuscita delle imprese dei due.
La vicenda ruota attorno al toro Hictory Caesar Greendon e alla decisa volontà del magnate della ristorazione Thomas Pratt di fargli la festa, imbandendolo per un barbecue. A questa conclusione si oppone il ricco possidente e suo rivale Frederic Oswood. Le circostanze si complicano per l’intervento della Lega nazionale di protezione delle mandrie Guernsay e per una moria tra i tori dovuta all’antracite.
La morte del figlio di Frederic Oswood, giovinastro scapestrato che incautamente scommette contro il barbecue l’iperbolica cifra di diecimila dollari, da prima viene addebitata come morte accidentale all’incolpevole toro e poi riconosciuta come effetto di omicidio volontario. Nero Wolfe prende in mano la situazione, incaricato dal padre del giovane che vuole conoscere il nome e il movente dell’assassino.
La caratteristica più vistosa della trama è che questa volta Nero Wolfe si farà ospitare da Thomas Pratt rinunciando alle comodità e alla quiete del suo buen retiro sulla Trentacinquesima Ovest in New York, ma riuscendo ad occuparsi, in contemporanea all’indagine, della mostra di orchidee per la quale si era allontanato dalla sua residenza.
Ho trovato il plot relativamente non complicato, fatto che a me non disturba essendo sempre maggiormente affascinata dal percorso con cui si giunge alla risoluzione dell’enigma, piuttosto che dall’enigma in sé.
Concludendo, consiglio spassionatamente la lettura.
Chi mi accompagna
Rex Todhunter Stout, scrittore statunitense, nasce a Noblesville il 1º dicembre 1886. Il suo esordio narrativo nel genere giallo interviene nel 1934 con “Fer de Lance” (titolo in italiano “La traccia del serpente”) primo romanzo con protagonisti la coppia di investigatori Wolfe-Goodwin. La serie si compone di quarantadue romanzi pubblicati al ritmo di uno all’anno.
Dopo il successo di pubblico e di critica nel 1959 l’autore viene premiato con il Mystery Writers of America Grand Master.
Durante la seconda guerra mondiale Rex Stout si occupò di propaganda interventista tramite la Writers word board e si impegnò a coordinare gli scrittori americani per il sostenimento dello sforzo bellico.
A pochi anni di distanza dal suo decesso (1975), nel 1979, l’associazione The Wolfe Pack istituì in suo onore il Premio Nero Wolfe per il romanzo poliziesco dell’anno.

di Chiara Sardelli

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