Gabriella Zonno legge: “Le notti bianche” di Fëdor Dostoevskij

Pubblicato nel novembre del 1848 sulla rivista «Otechestvennye zapiski», Le notti bianche si colloca in una fase cruciale e ancora incompiutamente esplorata della produzione dostoevskiana: il quinquennio compreso tra l’esordio di Povera gente (1846) e l’arresto del maggio 1849, che interruppe bruscamente la carriera letteraria dello scrittore e lo condannó a quattro anni di lavori forzati in Siberia. In questo arco temporale ristretto, Dostoevskij publicò opere assai diverse per tono e impostazione — tra cui “Il Sosia” (1846), “La padrona di casa” (1847) e “Il sogno dello zio” (1848) — che testimoniano un’intensa sperimentazione stilistica e tematica, non sempre valutata con la dovuta attenzione dalla critica tradizionale, tendenzialmente attratta dai capolavori della maturità.

Il testo, che lo stesso Dostoevskij classifica esplicitamente come ‘romanzo sentimentale’ nel sottotitolo, si inscrive nella tradizione del romanticismo russo tardo, intrattenendo un dialogo intertestuale consapevole con Puškin, Gogol’ e con la narrativa sentimentale di area europea, in particolare con le “Nuits” di Alfred de Musset (1835-1837). La critica novecentesca, a partire dagli studi di Viktor Šklovskij e Mikhail Bachtin, ha tuttavia evidenziato come l’opera ecceda la semplice classificazione romantica, anticipando strutture psicologiche e narrative che troveranno piena teorizzazione nella poetica del ‘discorso polifonico’ (Bachtin, 1963).

La partizione in quattro notti più un epilogo costituisce l’ossatura formale del racconto e determina in modo decisivo la sua economia narrativa. La scansione cronologica non è un espediente convenzionale ma uno strumento semantico: ogni notte corrisponde a una fase precisa dello sviluppo emotivo del protagonista e della relazione tra i due personaggi. La prima notte istituisce il contatto e stabilisce le distanze; la seconda introduce la struttura confessionale; la terza porta l’illusione al culmine; la quarta ne sancisce il crollo. L’epilogo, separato di un anno, funziona come camera di risonanza retrospettiva, modificando retroattivamente il senso delle notti precedenti.

Il cronotopo notturno — nel senso bachtiniano del termine, ovvero come unità spazio-temporale dotata di valenza simbolica autonoma — si configura qui in modo peculiare. Le notti bianche pietroburghesi, fenomeno meteorologico reale legato alla latitudine geografica della città, vengono assimilate narrativamente a uno spazio in cui la distinzione tra veglia e sonno, tra reale e immaginario, si sospende. Questa ambivalenza ontologica è funzionale alla caratterizzazione del protagonista: il sognatore abita strutturalmente questa soglia, e le notti bianche ne sono la manifestazione ambientale.

Il narratore-protagonista, volutamente privo di nome e di determinazione sociale precisa, rappresenta la prima compiuta formulazione di quello che Dostoevskij stesso, negli anni Cinquanta, avrebbe teorizzato come ‘sognatore’ nella sua accezione antropologica più densa: un tipo umano che, incapace di abitare la realtà nella sua opacità quotidiana, costruisce un universo interiore alternativo, più coerente e più intenso del mondo esterno, ma irrimediabilmente incomunicabile. Come nota Joseph Frank nel secondo volume della sua monumentale biografia intellettuale dello scrittore russo, il sognatore delle “Notti bianche” è il prototipo diretto dell’uomo del sottosuolo (Frank, 1986), con la differenza cruciale che in questo testo giovanile la patologia della coscienza ipertrofica non si è ancora cristallizzata in risentimento.

Sul piano narratologico, la scelta della prima persona e del registro confessionale non è neutrale: produce un effetto di autoanalisi continua che diventa essa stessa oggetto tematico. Il protagonista non si limita a vivere le emozioni: le osserva, le commenta, le relativizza con una lucidità che è al tempo stesso la sua risorsa intellettuale e il suo limite esistenziale. Questa struttura metacognitiva del personaggio anticipa, in forma embrionale, quella che Bachtin avrà a definire la «parola con lo sguardo rivolto all’altro»: un discorso sempre consapevole della propria posizione dialogica.

Nasten’ka si costituisce narrativamente come l’opposto funzionale del protagonista: mentre questi appartiene al regime del sogno, lei appartiene al regime del desiderio concreto e orientato. La sua doppia condizione — legame affettivo con il sognatore, attesa del rivale assente — non configura, come una lettura superficiale potrebbe suggerire, un’ambiguità morale, bensì la rappresentazione fenomenologicamente onesta della coesistenza di affetti diversi e non gerarchizzabili. Dostoevskij evita ogni giudizio sulla scelta finale del personaggio, adottando una postura narrativa che sarà poi teorizzata come ‘polifonia’: ogni voce ha diritto alla propria verità.

Va tuttavia registrato, in sede critica, che la focalizzazione esclusiva sulla prospettiva del narratore maschile comporta una limitazione nella costruzione di Nasten’ka come soggettività autonoma: la vediamo sempre come oggetto dello sguardo e della proiezione del protagonista, raramente come centro di coscienza indipendente. Questa asimmetria è strutturalmente coerente con l’impostazione del racconto, ma costituisce un vincolo ermeneutico che la critica femminista — in particolare negli studi di Barbara Heldt (1987) sulla letteratura russa al femminile — ha opportunamente segnalato.

Sul piano della lingua e dello stile, Le notti bianche presenta alcune delle soluzioni più interessanti della prosa russa di metà Ottocento. La narrazione in prima persona adotta sistematicamente il registro della confessione intima, che si distingue da quello diaristico per la presenza costante di un allocutore implicito: il narratore non scrive per sé ma racconta, e questa dimensione allocutiva produce una tensione retorica continua tra interiorità e comunicazione.

La variazione ritmica della sintassi è tra gli strumenti stilistici più efficaci del testo. Frasi brevi e anacoluti nei momenti di tensione emotiva acuta si alternano a periodi lunghi e ipotatticamente articolati nelle sezioni confessionali e memoriali, mimando il respiro irregolare di una coscienza sotto pressione. L’uso sistematico delle subordinate concessive («sebbene sapessi che…», «pur consapevole di…») svolge una funzione retorica precisa: manifesta la struttura dell’autoinganno razionale del protagonista, che riconosce lucidamente la propria illusione senza per questo rinunciarvi.

Il campo semantico degli aggettivi cromatici e sensoriali — bianco, pallido, argenteo, nebbioso, luminoso — costruisce un paesaggio emotivo coerente e pervasivo che trascende la funzione descrittiva convenzionale. Pietroburgo non è sfondo ma proiezione: la città viene assimilata alla soggettività del narratore attraverso procedimenti di personificazione e correlazione simbolica che anticipano soluzioni moderniste. Come osserva Lotman nel suo studio sulla semiotica della cultura urbana russa, Pietroburgo funziona in Dostoevskij come spazio mitico prima che geografico (Lotman, 1984), e nelle “Notti bianche” questa funzione è già pienamente operativa.

Ricezione critica e fortuna del testo

La ricezione critica delle “Notti bianche” ha seguito una traiettoria irregolare, tendennte a privilegiare i cinque grandi romanzi della maturità. Le prime recensioni ottocentesche accolsero il testo con apprezzamento moderato, riconoscendone la qualità sentimentale senza cogliere appieno la complessità psicologica. Fu la critica novecentesca, in particolare quella di orientamento formalista e strutturalista, a rivalutare l’opera come documento importante della genesi del metodo narrativo dostoevskiano.

L’opera ha esercitato un’influenza documentata su numerosi autori del Novecento: l’adattamento cinematografico di Luchino Visconti (Le notti bianche, 1957) e quello di Robert Bresson (Quattro notti di un sognatore, 1971) ne attestano la vitalità culturale. In ambito letterario, la figura del sognatore ha lasciato tracce riconoscibili nella narrativa dell’alienazione urbana del secondo Novecento, da Pavese a Pessoa fino a certi protagonisti della narrativa giapponese contemporanea.

Conclusioni

Le notti bianche si conferma, a una lettura critica attenta, come un testo che eccede sistematicamente i propri limiti apparenti. La brevità dell’impianto narrativo non implica semplicità concettuale: al contrario, la concentrazione formale impone allo scrittore una densità semantica che nei romanzi maggiori verrà distribuita su un orizzonte molto più ampio. Dal punto di vista della storia letteraria, il racconto documenta il momento in cui Dostoevskij comincia a elaborare quella che sarà il suo contributo più originale alla narrativa mondiale: la rappresentazione della coscienza non come specchio del mondo ma come arena di conflitti irrisolvibili, luogo in cui il soggetto si costituisce attraverso la propria contraddizione.

La celebre chiusa del racconto — «Dio mio, un intero minuto di beatitudine! Forse è abbastanza per tutta una vita?» — condensa in forma interrogativa l’intera problematica del testo:  il  tempo esistenziale contro il  tempo cronologico. La domanda rimane aperta, com’è proprio delle grandi domande letterarie: non per reticenza dello scrittore, ma perché la risposta appartiene al lettore.

 

Riferimenti bibliografici

Bachtin, M. M. (1963). Problemy poetiki Dostoevskogo. Mosca: Sovetskij pisatel’. [trad. it.: Dostoevskij. Poetica e stilistica, Einaudi, Torino 1968]

Bachtin, M. M. (1975). Voprosy literatury i èstetiki. Mosca: Chudožestvennaja literatura. [trad. it.: Estetica e romanzo, Einaudi, Torino 1979]

Dostoevskij, F. M. (1848). Belye no?i. Sentimentalnyj roman (Iz vospominanij mec?tatelia). Otechestvennye zapiski, vol. 12.

Frank, J. (1986). Dostoevsky: The Years of Ordeal, 1850–1859. Princeton: Princeton University Press.

Heldt, B. (1987). Terrible Perfection: Women and Russian Literature. Bloomington: Indiana University Press.

Lotman, Ju. M. (1984). Simvolika Peterburga i problemy semiotiki goroda. Trudy po znakovym sistemam, 18, pp. 30–45.

Murrav, J. M. (1916). Fyodor Dostoevsky: A Critical Study. Londra: Secker.

Šklovskij, V. B. (1929). O teorii prozy. Mosca: Federacija.

Wellek, R. (1965). A History of Modern Criticism: 1750–1950. Vol. IV: The Later Nineteenth Century. New Haven: Yale University Press.

Tutte le citazioni dal testo sono tratte da: F. M. Dostoevskij, Le notti bianche, trad. it. di T. Landolfi, Adelphi, Milano 1995.

Rispondi