
Prima di tutto, in sintesi, la struttura dell’opera, a uso e consumo di chi ancora non l’ha chiara nel suo insieme e di chi voglia “rinfrescarsi la memoria”.
Il testo, raccontato in terza persona, parla del signor Palomar che osserva, analizza e riflette su fatti quotidiani all’apparenza insignificanti per poi cercare di collegarli e coniugarli con l’intero cosmo. Palomar, come gli scienziati dell’omonimo osservatorio astronomico in California, alza la mente e lo sguardo al cielo con vivo interesse e desiderio di conoscenza, ma, a differenza di questi, che studiano per cogliere oggetti nello spazio impercettibili o quasi alla vista umana, aumentandone la visibilità, egli da minuti episodi di vita quotidiana tenta di indurre le regole funzionali applicabili all’intero cosmo, alla ricerca, come direbbe Palomar, non solo della groppa del geco, ma anche della sua pancia. Rimane ignota la maggior parte delle notizie biografiche riguardanti il protagonista.
La trama, quasi impalpabile, è tratteggiata in tre sezioni: le vacanze, la vita in città e i silenzi di Palomar, suddivise, ciascuna di queste, in tre capitoli, ognuno dei quali, a sua volta, comprende tre episodi; sezioni, capitoli ed episodi sono contrassegnati da numeri (1, 2 e 3) rispondenti ciascuno a uno dei tre tipi di “esercizi letterari” prevalenti nella storia narrata: 1 la descrizione, 2 il racconto e 3 il testo riflessivo o meditativo. In realtà molti episodi erano nati come articoli scritti magistralmente da Calvino per i quotidiani “Il Corriere della Sera” e “Repubblica” negli anni ’70 e quest’origine frammentaria dell’opera, oltre ai contenuti analogici, spesso lievemente ironici e meditativi, porta il lettore a soffermarsi e considerare attentamente quanto appena letto, intervallando un ampio spazio di riflessione prima di affrontare l’episodio successivo. “Palomar”, quindi, è opera da “centellinare”, come un bicchiere di ottimo vino d’annata, non da tracannare tutto d’un fiato.
Nel corso della lettura più e più volte m’è venuto spontaneo accostarla al “De Rerum Natura” di Tito Lucrezio Caro, fatte naturalmente le debite differenze dovute anche al trascorrere di circa due millenni di tempo e di storia tra le due opere: stesso binomio letteratura/filosofia, stessa curiosità e incanto di fronte a eventi piccoli o grandi della natura tutti quanti soggetti alle medesime leggi fisiche, stesso uso dell’analogia come strumento euristico per cercar di capire, partendo dal noto, il meno noto (ed è così che un prato per analogia diventa l’universo coi suoi molteplici corpi celesti, con un suo ordine e disordine, oppure un giardino giapponese rimanda a un’armonia possibile tra due armonie disomogenee, quella meccanica e indifferente del mondo naturale e quella dell’umano che, pur suggerito dall’accostamento analogico tra uomini e granelli di sabbia, mira a una razionalità di composizione coerente, eufonica, mai definitiva); di lucreziano c’è anche il finale con la prospettiva dell’estinzione del nostro universo che si disgregherà nei suoi singoli atomi e con la morte. Il punto di vista, però, è diverso: il “De rerum Natura” possiede l’organicità di un sistema filosofico, l’epicureismo, ove ogni elemento trova la propria collocazione, invece in “Palomar” si trova la frammentarietà casuale delle occasioni, che, nonostante gli sforzi del protagonista, mai diventa visione unitaria strutturata del mondo; pur consapevole del dolore presente nel vivere, fiducioso nell’uso della ragione epicureo e illuminista è Lucrezio, mentre Palomar è inquieto, oscillante, ora dubbioso ora disincantato, cane da tartufo che ne fiuta il profumo, ma sempre si vede sottrarre il tesoro di sotto al naso.
A conclusione del proprio commento all’opera, Calvino stesso confessa la difficoltà di riflettere con occhi nuovi sul quotidiano, umano e non, per riuscire a coniugarlo con il cosmo intero, ricavandone qualche conclusione universale, e finisce dicendo in sintesi di Palomar “Un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo passo, la saggezza. Non è ancora arrivato.” Il che, aggiungo io, non significa che non ce l’abbia fatta: è ancora in cammino e il valore del suo “lavoro o pseudolavoro o iperlavoro”, come lo definisce Palomar, sta proprio nella ricerca continua di un diverso aspetto della realtà, di un nuovo punto di vista, da cui osservarla per saperne un po’ di più su sé e sul mondo; l’animo umano, ci suggerisce implicitamente Calvino, è un Argo dai cento occhi, ognuno dei quali apre una diversa prospettiva di osservazione, e l’uomo dovrebbe imparare a usarli tutti o almeno molti di più che un paio.
Il mestiere dello scrittore e dell’intellettuale in senso lato, mi sembra che aggiunga tra le righe l’autore, non è diverso per taluni aspetti da quello dello scienziato, che non si demoralizza e non abbandona i propri studi, pur sapendo che le sue scoperte scientifiche sono relative alle conoscenze odierne e saranno considerate obsolete in un domani più o meno prossimo; l’uomo di scienza, e con lui ogni intellettuale, continua cocciuto la sua indagine conoscitiva, orgoglioso di ogni nuova tessera da lui fornita al mosaico d’insieme, poiché egli sa che non esiste una meta finale, raggiunta la quale tutto sarà stato spiegato e capito: è il viaggio in sé, attento e consapevole nei vari campi della conoscenza, ad essere sostanziale per lo sviluppo umano. E tutto ciò è in perfetta sintonia con le opere di Calvino antecedenti a “Palomar”, nelle quali proprio il pensiero divergente dei vari personaggi e dell’autore ha arricchito la visione del mondo del lettore attento, facendogli conoscere e apprezzare la varietà, la complessità e anche il fascino del mistero di noi stessi e della realtà, di cui anche noi facciamo parte.
“Palomar” non è pane per un pubblico distratto e frettoloso, che viene catturato da una trama avvincente, bensì il “regalo” di un grande scrittore, che ci accoglie nel suo mondo interiore per farlo divenire anche nostro e ci propone una maniera non comune, meno ovvia e dogmatica, più ricca e viva di approcciarci alla realtà interiore ed esterna; anche gli episodi più ardui alla comprensione sono stimoli all’indagine e alla riflessione per tentare di vedere non solo la superficie del cosiddetto reale, ma anche “la pancia del geco”. Questo è l’invito, mi sembra, stimolante dell’ultimo Calvino, questa è la preziosa funzione dell’arte.

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