
Esultò, saltellando ripetutamente sul posto, come un bambino eccitato di fronte ai regali di Natale.
Finalmente l’aveva centrata in pieno sulla testa con quel grosso sasso.
Era stata dura; si era esercitato per mesi in giardino, cercando di buttare giù tutti quei barattoli di latta e adesso la sua mira si poteva definire quasi perfetta.
Da quando, diversi anni prima, lei era venuta a vivere vicino a casa sua, le era sempre piaciuta molto; in alcuni momenti aveva addirittura adorato la sua presenza.
Poi col passare del tempo era diventato insofferente e adesso non tollerava nemmeno il pensiero della sua esistenza.
Non riusciva più a sopportare il suo continuo parlottare, il suo ripetersi continuamente, con quel tono monotono.
E pensare che quando era piccolo quella cantilena perenne in sottofondo gli aveva fatto compagnia; gli aveva conciliato il sonno del pisolino pomeridiano e poi aveva scandito il tempo durante lo svolgimento dei compiti scolastici.
Adesso invece la sua insistenza lo infastidiva.
Non la smetteva mai, neppure quando sembrava dormisse.
Sembrava essere instancabile.
La sua vivacità era sempre la stessa da anni, tanto che gli era sorto il dubbio che non si trattasse più di lei, bensì di un appartenente alla sua progenie.
Ora che era diventato grande, il suo borbottare non lo aiutava più a prendere sonno, anzi le sue chiacchiere gli impedivano di addormentarsi.
Durante il giorno poi la sua presenza lo distraeva; anche quelle rare volte che non faceva nessun rumore, lui non riusciva a concentrarsi, perché rimaneva sempre in attesa di sentirne la voce da un momento all’altro.
Da quando non era più un bambino gli aveva rovinato ogni momento della sua esistenza; dall’attesa della festa di fine anno scolastico, alla preparazione degli esami universitari.
Era stata un pungolo perenne.
Il suo odio per lei era andato crescendo e adesso sentiva il bisogno di libersi di quella rabbia e, per forza di cose, di lei.
Proprio per questo era arrivato a prendere quella decisione fondamentale per un proseguo tranquillo e sereno della sua vita.
Così aveva comprato una grossa fionda e poi una mattina, di Domenica, era andato in riva al torrente.
Aveva riempito un grosso sacco di sassi piuttosto grandi e tornato a casa lo aveva svuotato in una cesta vicino alla finestra di camera sua.
Poi aveva cominciato ad esercitarsi fino a quando non era arrivato ad abbattere almeno nove bersagli su dieci ogni volta.
Quella mattina stava scrivendo una relazione al computer e lei era lì fuori in giardino; la sentiva parlottare, nonostante avesse la finestra chiusa.
Non riusciva a concentrarsi; il suo starnazzare lo distraeva.
La sua sopportazione aveva raggiunto il limite massimo.
Così si convinse che era finalmente arrivata l’ora.
Aprì la finestra delicatamente per non farsi sentire, caricò la fionda, la puntò verso di lei e… BAM!
La prese in pieno sulla testa.
Lei cadde tra le frasche.
Lui corse in giardino per assicurarsi che fosse morta; e lo era.
Scavò una buca lì, sul posto e la sotterrò.
Poi, come se nulla fosse successo, rientrò in casa e continuò a scrivere tranquillamente la sua relazione al computer e lo fece finalmente senza distrazioni e senza problemi.
La giornata trascorse meravigliosamente bene; lui era così rilassato che qualcuno gli fece notare che aveva uno strano sorriso ebete sulla faccia.
Dopo cena, soddisfatto della nuova situazione, si infilò sotto le coperte.
Passate due ore però era ancora ad occhi spalancati che guardava il soffitto ed ebbe il timore che sarebbe stato così per il resto della vita.
Il silenzio tutto intorno era così ingombrante da risultare insopportabile, molto più del tubare della tortora.
di Silvia Taccagni

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