
“Un tempo nuovo” di Carla Malerba (Fara Editore) inaugura la stagione del empo, come espressione soggettiva e interiore del proprio vissuto, indica una rospettiva transitoria in cui la percezione della realtà è scandita dall’indice emotivo delle esperienze. Carla Malerba assegna un nuovo significato all’esistenza, nella ricomposizione cognitiva, attraversa gli eventi critici e complessi integrando la capacità di interagire con la finitezza umana e di superare l’inquietudine del vuoto e l’assedio della solitudine. La qualità trasformativa del tempo integra la volontà di assorbire linfa vitale dal passato, di intervenire consapevolmente nel presente e volgere la fiducia e la speranza verso il futuro. I versi di Carla Malerba incorniciano l’energia delle relazioni con l’orizzonte della comprensione, ascoltano il cuore profondo della poesia, sollecitano una rinascita, attraverso il contesto panteistico dei cicli della natura, risvegliano un sentire che dissolve il ristagno dell’impassibilità e libera di nuovo incanto la vita. “Un tempo nuovo” oltrepassa le pendici di un’identità, mossa dal susseguirsi di sentimenti sbocciati, affievoliti e rigenerati, identifica, con il ritmo benefico e protettivo degli elementi naturali, la fioritura dell’anima, la solenne fusione con il tutto, accoglie una riflessione sulle dinamiche intuitive e istintive dei comportamenti. L’autrice riscopre lo slancio vivace come impulso creativo in risposta all’osservazione meditativa della bellezza, in un dialogo specchio delle proprie sensazioni, dove il senso dell’infinito e l’itinerario alla spiritualità sono una sorgente inestinguibile di assoluta compartecipazione e condivisione con la sacralità della memoria. Adotta il tempo necessario per ricostruire le proprie fondamenta dall’incrinatura della fragilità, per sentire il suono vivo e sereno dell’amore universale, per recuperare l’accoglienza oltre lo smarrimento. La poesia di Carla Malerba oscilla lungo gli argini di un filo d’erba, nell’insenatura della luce, nella vibrazione sensibile delle foglie, nell’erosione malinconica del cuore, risponde al richiamo di una dimensione intimista, crepuscolare, illuminata dal raggio tenue e diffuso delle parole, nella connessione autentica con i destinatari più cari. Carla Malerba conosce la risorsa del tempo, socchiude il vasto recinto di un territorio dominato dalla prospettiva delle attese, ritrova, nella testimonianza elegiaca della serenità, il punto di forza da dove partire per riappropriarsi della cifra qualitativa della gioia di vivere. Interpreta il valore del limite come un residuo cronologico dal quale riscattare la possibilità di trasformare il ciglio delle difficoltà in varco difensivo della semplicità, accettare i confini invalicabili e inesorabili degli abbandoni, assimilare il nutrimento del distacco e coltivare il gesto del ritorno, far rinascere dalle rovine un vigoroso, spontaneo e rinnovato risveglio. Conserva la visione di un’occasione che si deve cogliere per prolungare l’essenza preziosa di un cambiamento, laddove la coscienza dispone la facoltà di assaporare ogni congiuntura esistenziale e dare senso alla realtà, promuove l’attenzione al tempo presente incoraggiando l’intensità del momento opportuno come una sequenza che si apre sullo spazio terapeutico del nostro vissuto e, allontanando l’inafferrabile frammentazione del tempo, acquista l’equilibrio rilevatore in divenire.
Testi scelti
Tace ancora
sottratta alla voce
che le imprime
lo slancio vitale
e dall’ombra
richiama la luce
Annidate così nel profondo
le parole
non sanno fiorire
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Come gioia pura
l’oro delle foglie
scende lieve dai rami
a formare tappeti solari
muoiono
ma risplendono
ciclo che si chiude
attesa che si rinnova
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Cattedrali di luce
volte ardite
nella follia dello slancio
aneliti di cielo
Rimane poi nell’ombra
il desiderio dello sguardo
sospinto verso l’alto
nel riflesso del vasto mezzogiorno.
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A tratti senti
fluire il tempo
il tempo vero
non questo tempo
l’altro
del tutto che si compie
vuoto d’ore
eterno
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Ritornare
è un po’ come morire
anche i luoghi invecchiano
e negano la dolcezza del vissuto
Cresciuti gli alberi
ti guardano mesti
subiscono il tempo
rimpiangono
il fitto pigolare dei nidi
Ora ordisci tessuti di foglie
per riscaldare il cuore
di tutte le assenze
sconfinato il desiderio
di sorrisi e mani amate.
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Sul lago ghiacciato
l’ombra, il divino silenzio
Un improvviso bagliore
ha lacerato la notte
Ora sotto lo specchio immoto
fluttuano foreste d’erba
con braccia amorose invocano
i messaggeri del disgelo

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