“Ma vi sono momenti nella Vita,
in cui tacere diventa una colpa e
parlare diventa un obbligo.”
Oriana Fallaci.
OLTRE IL RECINTO
Il sole era già alto. Selen, seduta nella poltrona di velluto, fra le dita l’intreccio del ventaglio dell’Isola di Djerba, ascoltava il gorgoglio del ruscello sottostante. Lo sguardo smarrito nel vuoto.
Si alzò bruscamente. Qualcuno era alla porta e, al pari di una falce, aveva troncato quell’incanto. La donna a piedi nudi, si trascinò all’ingresso.
«Ah sei tu» disse. Indugiava sull’uscio semiaperto. Non avrebbe avuto voglia di parlare del passato e sebbene entrambi fossero ancora nel fiore degli anni, nemmeno del futuro. Pino entrò, un fascio di luce sfiorò i piedi scalzi di Selen, illuminò quelli nudi di un uomo. Un morso di gelosia lo colse. In fin dei conti, era stata lei, per anni, ad aver alzato occhi lusinghieri su di lui, ad averlo legato a sé pur rimanendogli lontana. Portato ad amarla.
«Hai gente» disse.
«Sai chi è?» disse Selen e intanto guardava l’ospite.
«No, dovrei?»
Pino scrutò il ragazzo negli occhi. «Sei Anubi, mio nipote. Ciao. Ne è passato di tempo.» Gli tese la mano che il ragazzo finse di non vedere mentre si allacciava le scarpe.
«Beh, vi lascio soli. Ciao mamma.» Chiuse la porta a sbattere.
Nella quiete che seguì, la conversazione iniziò quasi per caso
«Perché è andato via così in fretta?» disse Pino, l’immagine, del nipote, già uomo, ferma negli occhi.
Selen rispose con eloquenza inattesa: «Credo si sentisse a disagio. Anubi non abita più con noi. Da ragazzino faceva uso di stupefacenti per, a suo dire, allargare lo stato di coscienza. Sono sicura che sarebbe stata una fase passeggera che tuo fratello, tuttavia, non capiva. Ci sono state liti furibonde. Discussioni. Anubi ha messo le mani addosso a tuo fratello che lo ha preso a pugni e lo ha cancellato come figlio. Gli ha detto, urlato, di andarsene, di non mettere più piede in questa casa e a me che potevo seguirlo. Giuro che lo avrei fatto. Oh sì, l’avrei fatto, ma c’era Nicola appena nato, ricoverato con la SLA. Quando mio marito si allontana provo una grande gioia perché so che vedrò mio figlio, che mi verrà a trovare.»
Selen tacque. Prese fiato, attendeva un commento che non arrivava.
«Il mio cucciolo aveva più bisogno di me di quanto ne avesse allora Anubi» disse infine.
«Tuo marito finge di non sapere che tuo figlio ti viene a trovare per non sobbarcarsi dei suoi problemi» disse Pino.
«No, non ne sa niente. Se lo sapesse ci metterebbe un attimo a buttarmi in mezzo alla strada. Chi si prenderebbe allora cura di Nicola in quella clinica costosa con lo stesso amore con cui lo faccio io che sono la sua mamma? Sono in un labirinto, i miei fringuelli là fuori, esposti alle piogge, ai venti, alle tempeste dell’anima che li colgono impreparati e soli.»
“Potevano esistere esseri umani tanto crudeli da infliggere sofferenze come quelle che subiva Selen per amore dei suoi figli?” Le prepotenze del fratello colmarono il suo sguardo di energia oscura. «Non mi guardare così, non mi giudicare» disse lei.
«Hai capito, almeno, perché sono venuto a trovarti?»
Selen scosse il capo. L’espressione del volto tuttavia raccontava altro.
«Per svelarti i sentimenti che ho per te, che mi tormentano da sempre. Sapere se davvero li provi anche tu, me lo hai fatto intendere per anni» disse Pino.
Selen lo studiò a lungo. Si sentì braccata, le si chiedeva di non mentire.
Infine disse: «Non amo Salvatore, gli voglio bene. Gli sono grata per quello che ha fatto per Anubi e fa per Nicola, ma non lo amo. Credo sia impossibile amare un uomo come tuo fratello. Non hai visto come mi tratta, maniere gentili e poi sgarbi che mostrano disprezzo?»
Pino, figlio della cultura siciliana, si sentì scosso, confuso. Quelle parole riaccesero un barlume di speranza. Forse il loro amore poteva fiorire a dispetto di qualsiasi complicazione.
Gli ritornarono in mente gli sguardi che i due si erano scambiati sulla nave verso la Sicilia. Lei da Tunisi, inizi anni ‘90, era sbarcata a Lampedusa. Salvatore, volontario sulla nave soccorso, l’aveva tirata fuori dalle acque del Mediterraneo. Salvatale la vita per un soffio, l’aveva poi traghettata ad Agrigento, suo paese di origine.
«Non capisco. Come si fa a fare sesso con un uomo per il quale non si prova che gratitudine?» disse Pino con maldestra artificiosità.
«Dimentichi che avevo diciotto anni, che Anubi ne aveva tre quando approdai sulle vostre coste. Tuo fratello si era, fin da subito, affezionato al piccolo. Non puoi capire. Avevi undici anni. Al momento degli addii, Anubi gli si era aggrappato al collo. Salvatore (ma guardava me) disse: «Se vuoi che sia io il tuo nuovo papà dobbiamo chiederlo a mamma. Fu un’autentica dichiarazione d’amore, la più romantica che avessi mai sperato di ricevere e, pur sapendo di non amarlo, lo sposai.»
Pino sollevò lo sguardo scettico su di lei.
«Ero una ragazzina con un bimbo in braccio, cos’altro avrei potuto fare? Avventurarmi per le vostre campagne?»
«Ne è passato di tempo. Perché continuare a mentire?»
«Sono accadute tante cose» disse lei, vaga, asciugandosi il volto madido di sudore.
Pino si sentì mancare. Cercò sostegno nel piedritto accanto. Si spinse verso la sedia.
«? il caldo» disse Selen che si allontanò per un bicchiere d’acqua. In quel silenzio, in quell’ assenza assoluta di suoni, un abbaiare di cani si mescolò al gorgoglio del ruscello ghiaioso. Fu come in un giorno in montagna dove il sole risplende d’estate e quel rigagnolo di sassi terge il cuore e l’udito. Pino lasciò quella casa. Lasciò Selen.
All’azzurro del cielo, l’anima aggrovigliata iniziò a dipanarsi. Si sciolse alla vista degli alberi lungo la strada, delle aiuole nei giardini. Si librò nei colori sgargianti. Pino camminava libero fra gente sconosciuta in una città nuova, abbellita da statue, chiese, monumenti, giardini, affreschi, mosaici d’oro che scintillavano al sole e si riparavano al verde delle fronde, dietro le fontane nelle aiuole.

Antonietta Toso

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