
Premetto che non sono particolarmente interessata al genere fantasy e fantascientifico, di conseguenza sono anche abbastanza ignorante in merito. Quando però mi sono trovata tra le mani Quel che resta di Firenze, di Carlo Menzinger, il titolo ha catturato la mia attenzione, perché Firenze è la città della mia adolescenza e anche perché, molto spesso, anch’io mi chiedo cosa rimanga di questa città stravolta dal turismo di massa.
Così ho aperto il libro e ho iniziato a leggere il primo racconto, intitolato Il muro. Il protagonista è Neri, un ragazzino di 16 anni, vissuto all’ombra della cupola di Santa Maria del Fiore. Neri è attratto dalla campagna e dall’Arno che scorre libero, riuscendo a superare i confini posti dal grande muro che chiude la città. Neri non si accontenta della sicurezza e della tranquillità di una vita prevedibile, vissuta dentro il perimetro del muro. E’ attratto dall’altrove. E’ curioso, come tutti gli adolescenti e il fiume che scorre oltre i confini rappresenta per lui il tramite della libertà.
Non vi sembra una metafora della nostra vita? Il muro che circonda Firenze non ci richiama forse i muri che noi erigiamo nelle nostre culture e nella nostre vite, per proteggere la nostra finta pace, fatta di sicurezze costruite su cecità selettive e negazioni della realtà?
Il muro è una sorta di apripista in questa raccolta di racconti, perché ben rappresenta lo stile di Menzinger, che parte con i dettagli di una normale quotidianità e progressivamente rivela al lettore una realtà in cui l’impensabile diventa normale. Un telefono che squilla in un museo archeologico; una bambina impaurita, rannicchiata in un angolo; un branco di bambini che da tre anni non incontra più un adulto; un veliero che naviga nella tempesta; una donna che porta la figlia dal pediatra; un vecchio di 70 anni, che cammina di buon passo nella sua città: sono tutte tracce attraverso cui, con naturalezza e semplicità narrativa, Menzinger ci fa entrare in mondi angosciosi, spesso desolati e privi di umanità. Mondi dove il sonno cancella completamente la memoria, per cui ad ogni risveglio si riparte da zero , perché il tempo ha perso la sua importanza; mondi surriscaldati e desertificati, dove è impossibile sopravvivere senza una tuta refrigerante o una maschera di ossigeno.
L’accostamento dell’ordinario all’eccezionale, del normale all’aberrante, e il carattere profetico che scaturisce da questi accostamenti, rappresentano per me la principale qualità di questi racconti.

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