Mai come ora vi posso descrivere l’accidia.
È un sentimento strano per il suo modo di essere -nel bene e nel male, velatamente insano e quasi invisibile agli occhi dei più. Oserei definirlo un torpore dell’anima, spesso procurato da delusione, frustrazione, indolenza, predisposizione; elementi che portano tutti insieme ad un distacco dai doveri -principalmente- morali di fare qualsiasi cosa per gli altri e per sé stessi, facendoci diventare delle caricature di soldatini di piombo, nullafacenti indefessi.
A discolpa di questo vizio ritengo che vi sia insita una componente propedeutica che

nella maggior parte dei casi plasma la mente e la arretra, sì che la volontà di fare resti sopita.
Poi, la versione peggiore dell’accidia è l’indifferenza a tutto quello che ci passa sotto gli occhi e dovrebbe invece procurarci una qualche resistenza. Tuttavia in preda a questo vizio, spesso essenziale a tutela della fragilità dell’uomo quando si tramuta in veste dell’animo, assistiamo purtroppo ad una omissione di attenzione per quel che è male per gli altri, che in una forma egoistica e di rimando, tutti ne beneficiamo in proporzione, e con vanto. È purtroppo una condizione di anima vuota, mancanza di stimoli, di ideali, più che altro e soprattutto è una rimozione di responsabilità che spesso è arrivata a lanciare ben alti strali in nome di un quieto vivere che riflette omertà, molto vicina a colui che pecca, più o meno consapevole, di viltà. Dunque è un vizio grave, disdicevole e abbandonarvisi con fare consapevole, obnubilare i pensieri e procurare sofferenze, dà la misura di chi si sottrae, per vil pigrizia, alle proprie dovute occorrenze.
di Giovanna Ristori

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