WEN – ACCIDIA – Cesare Borgia: fu vera accidia? – Renato Campinoti

“Se per accidia si intende l’indifferenza in sommo grado verso ogni valore, sentimento amoroso o religioso, nessuno più di Cesare Borgia può essere tacciato di accidioso. Chi sono io per dirlo? Mi chiamo Andrea Zoppo, questo è il mio vero nome ma, come capite, non si convive benissimo con un cognome così. Così, quando ero in Firenze e vennero a trovarci i francesi al seguito di Carlo V, approfittai della confusione per cambiare il cognome da Zoppo in Orsini. Così ora tutti mi chiamano Orsini. Buffo, vero? Proprio il cognome della casata più avversa, direi mortalmente avversa, ai Borgia, anche se poi, quello che lo farà fuori davvero il mio Cesare, sarà Papa Giulio II, proprio quello di Michelangelo, per capirci, che veniva da un’altra famiglia, i Della Rovere, anch’essi avversari della casata spagnola da cui era uscito Alessandro VI, Rodrigo Borgia, padre di Cesare. Certo che scelse una bella annata, Rodrigo, per farsi eleggere Papa: il famoso 1492, quando Colombo scopriva le Americhe e a Firenze moriva, ancora giovane, quel Lorenzo dei Medici, che, per difendere fino all’estremo il proprio ruolo quale ago della bilancia tra le grandi potenze, sperperò tutto il patrimonio accumulato dalla famiglia. In quell’anno Cesare era a Pisa a studiare Giurisprudenza col grande giurista Filippo Decio. La carriera ecclesiastica era nel suo destino se non fosse intervenuto, alcuni anni dopo, l’assassinio del fratello Giovanni, destinato al comando delle truppe papali. Fu così che Cesare, spogliati gli abiti ecclesiastici (ma non i titoli che gli garantivano buone reddite annuali), vide nell’opportunità di sostituire il fratello un segno del suo destino. Io lo incrociai a questo punto della sua carriera e delle sue gesta. Tremende, devo dire.

La prima cosa che fece fu di recarsi in Francia per sposare Carlotta d’Aragona figlia ed erede di Federico I di Napoli, cosa che gli avrebbe consentito di rivendicare il regno partenopeo. Non essendo andata in porto questa possibilità, alla fine di una lunga trattativa, dove il re ottenne dal Papa Borgia il divorzio per impalmare la regina Anna di Bretagna, a Cesare fu destinata la nipote del re Charlotte d’Albret, cosa che gli permetteva di stringere alleanza con una potenza come quella francese. Cesare accettò questo scambio senza battere ciglio, prima ancora di aver visto le fattezze della futura sposa.

Quale primo risultato di questo matrimonio, da cui ottenne il titolo di duca di Valentinois (da qui l’appellativo di Valentino), Cesare si mise alla testa delle truppe francesi, insieme a quelle papali, per scacciare Ludovico il Moro dal ducato di Milano.

Di qui in avanti Cesare dedicherà tutta la sua esistenza alla guerra di conquista. Io entrai nei suoi ranghi più ristretti e posso dirvi con certezza che durante tutto quello che fece (e come lo fece!), dalla riconquista delle terre romagnole da Pesaro a Imola, Forlì Faenza fino Urbino e Camerino, non lo sentii mai invocare una qualche ragione divina o una motivazione religiosa di qualche genere. L’unica cosa, come scrisse di lui Andrea Boccaccio, vescovo di Modena, era una grande ambizione principesca. «solo un piccolo cerchio nella capigliatura ricordava che era tonsurato», come ebbe a dire il vescovo. Per il resto era un guerriero abile e spietato. Non passò da nessuno delle piccole signorie che riuscì a sottomettere di nuovo al papato, senza crudeltà e saccheggi che scoraggiassero chiunque dal ribellarsi al suo nuovo dominio. Ho visto donne impazzire sotto la barbarie delle sue truppe e uomini evirati solo per essersi opposti a parole a simili, tremende gesta. Ma lui sapeva, lo diceva con convinzione, che in guerra vale solo la regola della forza bruta e del terrore. Sapeva anche che ogni uomo ha il suo prezzo: quando prese d’assedio Forlì, sconfiggendo la contessa Caterina Sforza che si atteggiava a grande soldatessa, la fece rinchiudere e torturare e, dopo saccheggiata la città, si insediò in centro, ospite del nobile Luffo Numai, già consigliere di Caterina. E posso garantirvi, per essere stato insieme ad una cena offerta ai comandanti, che mai vidi persona più ospitale e servile verso Cesare di quel nobiluomo. Potrei raccontarvi di tante altre imprese e tante violenze perpetrate dal Borgia. Dall’assedio e conquista di Cesena, di Rimini e Faenza. Dopo un patto con Firenze, Cesare entro in Piombino, con massacri che costrinsero Iacopo Appiani a chiedere asilo a Genova. Un altro vero e proprio massacro fu compiuto a Capua dove Cesare, insieme ai francesi, riuscì a entrare per l’inganno di un cittadino al soldo del Borgia, che aprì le porte della città, permettendo all’esercito papale di massacrare la guarnigione militare e la popolazione.

Ma la cosa che non dimenticherò mai fu il modo in cui riuscì ad ingannare Vitellozzo Vitelli e Oliverotto da Fermo i quali, dopo aver congiurato contro il Borgia insieme a Paolo Orsini e altri nel castello di Magione, accettarono l’invito alla pacificazione da parte di Cesare, il quale, invitatili a Senigallia ad un banchetto pacificatore, dopo essersi accordato con l’Orsini, fece strangolare Vitellozzo e Oliverotto da un suo sodale, tal Michelotto Corello, giungendo fino al punto di far loro invocare, in punto di morte, il perdono papale.

Cesare Borgia - Wikipedia
“Ritratto di un gentiluomo” tradizionalmente ritenuto essere Cesare Borgia, opera di Altobello Meloneolio su tavola15001524, 58.1 cm x 48.2 cm (Accademia di Belle Arti “Giacomo Carrara”BergamoItalia)

Ma ne potrei dire ancora di gesta tremende, come quando, signore incontrastato della Romagna, insediò le sue truppe nel piccolo paese di Monteleone d’Orvieto dove, in dieci giorni, ridusse alla fame quei poveri abitanti. Fu anche abile nell’utilizzo delle moderne macchine da guerra di Leonardo da Vinci che gli permisero di conquistare la rocca di Ceri dove si erano asserragliati gli Orsini, dopo che questi avevano invano tentato di scacciare il Papa Borgia da Roma.

Come spesso succede a chi fonda la sua fortuna sulla forza delle armi, appena il Papa Borgia morì, avvelenato da una congiura, Cesare, con la nomina di un Papa Della Rovere, cadde in disgrazia e perse in un attimo tutto il potere accumulato. Imprigionato, riuscì a fuggire dalle galere pontificie. Nessuno lo sentì mai invocare un qualche sostegno, divino o terreno che fosse. Fuggito nel Regno di Navarra, dove suo cognato Giovanni d’Albret stava tenendo d’assedio la città di Viana che gli si era ribellata, Cesare cercò di portargli soccorso. Lui che tante volte con l’inganno aveva vinto gli scontri e gli assedi, stavolta fu a sua volta vittima di un’imboscata dove venne ucciso con ventritre colpi di picca.

Da quello che sono riuscito a sapere, da chi l’aveva seguito nelle sue disavventure fino alla fine dei suoi giorni, il re navarrese compose la salma in un grande sepolcro nella chiesa di Santa Maria di Viana. Ignaro, Giovanni d’Albret, della sostanziale indifferenza del cognato ai riti religiosi di cui fu fatto oggetto”.

Renato Campinoti

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