Proprio in questo giorno,
che il giorno dell’inizio avvicina,
la mia estate mi si schiaccia,
formica distratta
per le vie affollate del centro
sotto Natale
quando ci s’insegue
lanciandosi regali
nella speranza
di riafferrare il tempo disperso
con un soffio
nel vento, mettendo soldi
dove altro è mancato.
La mia estate mi si schiaccia
tra l’urlo d’un Prometeo iracondo
contro un giovane Dio ostile
e che non comprende,
non comprende i giochi dell’uomo;
tra il rantolo sordo d’Edipo,
che sputa via i suoi occhi
sanguinolenti d’infamia
non commessa;
tra il pianto di Antigone
sul cenere muto insepolto,
insepolto come i nostri pensieri,
che dovrebbero esser morti
ma che sempre il tramonto risvela
e getta in bocca agli avvoltoi
che annerano il cielo
d’una notte che già s’annuncia
più tetra di altre;
tra la rabbia di Medea
e il disgusto di Ippolito fuggente
per un ratto non fatto
d’amori paterni
e la follia bacchica
della testa del figlio infitta
sulla punta della lancia. Orgiastica,
non quella di Serse,
quella con cui pauroso s’allena
in casa senza arricchire
la grande fatica di ricchezza
del progenitore-fantasma,
invocato e revocato,
avvocato d’un incertezza
che non conosce confini
di tempo e di luogo
nel passato ripreso e stravolto,
sconvolto in un gioco
ognora più ardito
per vincere la noia,
l’apatia seraleggiante e sonnolenta,
che fa chiudere gli occhi
davanti al teleschermo,
ciarliero compagno di stanchezza
solatia e muta.
La mia estate mi si schiaccia
sulla faccia pallida di sole,
non colto e lasciato
appassire in altri vasi lontani
dove turisti pigri gettano
monetine e illusioni
cartacee e fittizie
come il proscenio
d’uno studio per film d’infimo grado
dove si consumano amori
appassionati e sempre identici a sé
e cavalieri dagli ampi cappelli
sparano la loro anima
in un saloon affollato di puttane rosa

che “il mattino ha veduto
sulla scala in posa”.
Dilegua il sogno
cessa lo spettacolo
la mia estate mi si schiaccia
tra versi antichi e matematiche infinitesimali
algoritmi, logaritmi, algebre, funzioni
irripetibili dello stesso oggetto
del desiderio irrealizzato
e vanescente in una nebbia leggera
piena di piccioni spaventati da un petardo
lanciato dal duomo
ingrigito dallo smog
di vecchi signori ex-operai
che fumano la pipa
seduti in riva al mare
attorno a una cassa di cartone
giocando a scopa
sotto un maestrale sottile
che increspa il mare
ma non lo fa biancheggiare,
lo lascia cosi
profondo tremulo specchio
dell’infinito
e delle nostre speranze
di sonno.
Roma, 04/07/1983

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