WEN – ACCIDIA -Game over – Serena Taccagni

Giovanni aveva deciso di passare così il suo tempo di lavoro forzato da casa, risparmiando i soldi della badante di sua madre, trasferendosi da lei in quel piccolo appartamentino in centro, in uno dei tanti quartieri dormitorio, silenziosi, pieni di verde, dove le famiglie fanno rientro solo a tarda sera. Giovanni aveva preso possesso del grande divano logoro di pelle nel centro dell’ampio soggiorno vetrato, quel divano comodo dove molti anni prima, lui e suo padre, pace all’anima sua, guardavano il basket, gli incontri di tennis, le partite di calcio, e tutto lo sport che trasmettevano in televisione. Suo padre, ingegnere informatico, avrebbe voluto per lui, unico adorato figlio, una carriera nel mondo del pallone prima, poi nell’atletica, ma quel suo figlio gracile gracile, aveva iniziato a ingrassare a dismisura, e il massimo dello sport che riusciva a praticare era uscire a prendere la posta sino alla cassetta delle lettere in fondo al vialetto di ghiaia bianca come neve.  E quel lavoro che era riuscito a trovare,

Trovano un maiale in casa disteso a dormire sul divano - IlGiornale.it

e che gli aveva permesso di fuggire da quella casa soffocante, era perfetto per lui. Programmatore di videogiochi, ore e ore seduto con lo sguardo fisso sul monitor e la sua vita proiettata in quel mondo virtuale, l’unico in cui lui riusciva a essere sereno. Adesso, ritornare in quella casa piatta, era stato un po’ come ritornare in prigione dopo aver già scontato una lunga condanna. Ma con i soldi risparmiati avrebbe potuto comprare un sacco di videogiochi nuovi. All’inizio il ritmo di convivenza con sua madre, funzionava bene, sveglia, colazione, lavoro, pranzo veloce, ancora lavoro e buonanotte a sua madre, mentre lui si godeva il divano e il relax assoluto. Perfetto, come a casa sua, né più né meno. Col tempo sua madre però iniziò a muoversi sempre peggio, passava gran parte del tempo a letto, lo chiamava sempre più spesso e poi c’era quella questione dell’andare in bagno, i pannoloni da cambiare, lavare, pulire e quell’odore insopportabile di escrementi, urina, vecchiaia e quel doversi staccare dal divano, dove mangiava, beveva, dormiva, lavorava sempre meno e giocava ai videogiochi sempre di più. Allora decise di organizzarsi, aveva predisposto cibo non deteriorabile di ogni genere vicino al letto in camera di sua madre, cenci, padelle e bottiglie di acqua, sparse alla rinfusa, avrebbe fatto lei un piccolo sforzo per arrivare a ciò che desiderava, che si muovesse un po’ anche lei, che lui doveva pensare a lavorare. Così, mentre Giovanni, passava i suoi mesi sul divano, ancora più logoro, sua madre, sempre più spenta, se ne stava immersa nel sudicio e forse nella disperazione, se ancora riusciva a capire qualcosa.  Lui, ogni tanto, sentiva cattivo odore, si affacciava alla camera della povera donna, la rimproverava, e dopo aver aperto la finestra, si rimetteva nella sua comoda postazione. Sua madre aveva smesso anche di lamentarsi, non sarebbe riuscita a smuoverlo in nessun modo oramai. Giovanni una volta al mese buttava tutte le cose nel cassonetto, i trenta passi per arrivarci erano il massimo dello sforzo che poteva compiere, e riforniva la camera di altro cibo, facendosi portare la spesa direttamente a casa. E più il tempo passava e più lui si inglobava nel divano, sino a diventare un tutt’uno con la pelle logora. Una sera un gran rumore proveniente da camera di sua madre lo fece sobbalzare, stava per perdere punti al videogioco, per fortuna riuscì a recuperare. Un lungo mugolio monotono della donna, lo stava distraendo, urlò per zittirla e ritrovare la concentrazione. Il silenzio ci fu per davvero. Giovanni chiamò per tre o quattro volte, nessuna risposta, finalmente. Bene, pensò Giovanni, che se la vedesse da sola una buona volta, era arrivato il momento che si impegnasse un po’ anche lei in quella casa, che non poteva sempre fare tutto lui.

Rispondi