WEN – AMICIZIA – Come un rubino – Antonietta Toso

Innocenza, per raggiungere l’aula, si scontrava spesso con dei  ragazzetti che uscivano di corsa dalla scuola senza guardare dove mettevano i piedi.  

«Eh, ma che razza di modi.»
«Scusa» e tiravano dritto.
«Non capisco cosa le femmine ci trovino in quelli là. Se sono così da piccoli, figuriamoci da grandi. A me pare siano fuori di testa» disse a Gertrude, una ragazzina dai capelli rossi, la pelle piena di lentiggini, gli occhi color del mare che si trastulla sulla battigia. Se si fosse soffermata a guardali, avrebbe potuto udire il fruscio sui sassi o sugli scogli. Divenne la sua migliore amica e compagna di banco il giorno che le disse: «Dove abiti?Posso venire a fare i compiti a casa tua?»
«Mi piacerebbe, ma non puoi. Abito in collegio.»
«Perché i tuoi genitori ti hanno messo lì?»
«Sono morti.»
«Oh.»

Innocenza aveva parlato distratta. Tirò i libri fuori dalla cartella, sollevò lo sguardo, il sorriso di Gertrude di poc’anzi era una  smorfia di dolore che splendeva dietro le lacrime in cui ci vide sua madre e suo padre.

Innocenza sospirò, continuò a mettere i quaderni sul banco.
«Com’è?» mugolò  Gertrude
«Com’è cosa?» 
«Il collegio.»

Innocenza provò a raffigurarsi Gertrude nella sua casa, con sua madre e suo padre ma non ci riuscì.

«Non te lo puoi immaginare e non te lo so spiegare.»
«Ma si sta male?» Gertrude si rimise a piangere.
«Ora cosa ho detto?» Innocenza era seccata. Tirò fuori dalla tasca il fazzoletto. «Tienilo.» La voce, velata di dolcezza.
Gertrude si soffiò il naso ma continuò a guardarla sofferente.
Innocenza era esasperata.

«Beh, tu come mi vedi? »

«Stai bene. Sei bella.»
«Ti sei risposta da sola. Il collegio è O.K.»

Gertrude le mostrò un sorriso scintillante.
Quel pomeriggio, a scuola, Innocenza notò degli  attaccapanni colmi di grembiuli blu, due dei quali lambivano la testa di Gertrude.

«Di chi sono?»
«Dei maschi che frequentano la mattina.»
«Non li avevo mai notati.»
«Non c’erano.»

Lo sguardo di Innocenza s’illuminò.
«Gertrude, facciamo uno scherzo.»
«A chi? »
«Ai ragazzi che siedono ai nostri posti.»
«A cosa stai pensando?»
«Beh, potremmo scrivere dei biglietti senza firmarli, ovviamente.»
«Sì, ma a che scopo?»
«Così, per incuriosirli, creare un po’ di confusione. Ne mettiamo uno sotto il tuo banco, uno dove mi siedo io.»
«Ma come faranno a saperlo?»
«Perché quello che dice: guarda sotto i tavoli sarà dentro la tasca dei  grembiuli.»

A Gertrude parve un’idea geniale.
Le due quattordicenni iniziarono il loro viaggio epistolare.

Innocenza cominciò così: «Non so chi tu sia, ma so che la mattina ti siedi dove il pomeriggio mi siedo io. Ti immagino alto, bello, forse biondo, o magari anche moro. Non certo sbiadito.»
Terminò la lettera. La mostrò a Gertrude.
 «Sbiadito? Ma cosa vuol dire?» Ridacchiarono.

Gertrude mostrò la sua.
«Devi essere un po’ più spiritosa, ma va bene lo stesso.»
La sera, a letto, Innocenza pensava a ciò che lei e l’amica avevano combinato ed era già pentita.

Cosa potrà mai succederci? Quei ragazzi non risponderanno e anche se lo facessero, nessuno lo verrà a sapere.

I ragazzi invece risposero, sebbene con tono vago.
«Come ti chiami? Io sono Piero. Presumo tu abbia quattordici anni.»
Oppure: «Sono moro, per niente sbiadito e tu?»
Ben presto però i bigliettini si fecero più audaci. 
«Quanto sei alta? Dimmelo, ti prego. Occhi azzurri o sbiaditi? Prima o poi ci incontreremo, vero?»

Innocenza rispondeva, evasiva, finché Piero decretò: «Se non vuoi conoscermi, smetto di scriverti.»
Il ragazzo di Gertrude, dopo qualche lettera, infuocata, si dileguò lasciando la ragazzina nello sconcerto.
Innocenza non sapeva come consolarla. Ebbe un’idea.

«Gertrude, vorrei tanto incontrare Piero, ma non posso. Se le monache venissero a saperlo, succederebbe il finimondo.»
«Allora, cosa credi di fare?»
«Dirgli che voglio vederlo dopo la scuola.»
«Sì, ma così dovrai descriverti.»
«No, descriverò te. I tuoi capelli rossi, le lentiggini, i tuoi occhi colore …, di che colore sono?» Rise.
«Sei matta.»
«Dirò che sono quella con il cappotto rosso così incontrerà te. Vi guarderò da lontano.»

Un tardo pomeriggio, Innocenza si precipitò fuori dalla scuola ancor prima del suono della campanella.
Deglutì quel groppo nella gola, finse di non sentire le farfalle nello stomaco,  il tremolio nelle gambe e si pose in concitata attesa.
Ed ecco Gertrude, splendente come un rubino, andare verso un ragazzo alto, snello che le correva incontro. I due giovani si presero per mano, un frettoloso bacio e proseguirono.
Per la vita.

di Antonietta Toso

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