WEN – AMICIZIA – Una strana amicizia – Massimo Acciai Baggiani & Renato Campinoti

La donna guardò la figlia come se la volesse strangolare, quindi, con voce gelida, sibilò: «Tu non frequenterai più quel ragazzo. Senza “se” e senza “ma”. Discorso chiuso.»

«Ma mamma, Luigi è un bravo raga…»

«Basta! Non è la compagnia giusta per te, Dio sarebbe scontento e tu non vuoi dispiacere al Signore tuo Dio, vero?»

La ragazza aveva la faccia rossa e le lacrime che premevano per uscire abbondanti.

«La nostra è un’amicizia innocente e sincera» disse la ragazza, dopo una pausa carica di tensione. «Non credo che Dio avrebbe qualcosa in contrario…»

La donna la fulminò con lo sguardo, quindi andò a prendere un libro dallo scaffale.

«Leggiamo insieme la Bibbia. Ecco qui, Prima lettera ai Corinzi, 15.33. Leggi.» Ordinò mettendo il libro aperto in mano alla figlia con mala grazia.

«Conosco questo versetto, “Non siate sviati. Le cattive compagnie corrompono le utili abitudini”, ma…»

«E leggi anche la lettera agli Efesini 6.1.»

«“Figli, siate ubbidienti ai vostri genitori unitamente al Signore, poiché questo è giusto”. Conosco anche questo, ma ti assicuro che…»

«Hai ancora il coraggio di parlare? Sai bene che quel ragazzo non fa parte della Congregazione.»

«Ma anche lui crede in Dio, e se tu lo conoscessi meglio…»

«Ripeto, non è della Congregazione. Sarà distrutto nella battaglia di Armageddon. Tu rimani sulla retta via.» La ragazza si alzò e se ne andò sbattendo la porta. Salì in camera sua e si buttò sul letto, dando finalmente sfogo alle sue lacrime. Non era giusto. Non era per nulla giusto. Tra lei e Luigi c’era stato uno scambio puro e innocente, non c’era affatto il peccato che ci vedeva sua madre. Riandò con la memoria al momento in cui lo aveva conosciuto, qualche mese prima. Non aveva detto nulla ai genitori proprio prevedendo una reazione del genere.

Si erano incontrati nel cortile della scuola, il liceo di via Mazzini, dove lei frequentava il terzo anno e oramai si sentiva dalla parte degli “anziani”, di quelli che avevano il diritto di uscire per primi e rientrare per ultimi durante il quarto d’ora di intervallo. Soprattutto ora che era primavera inoltrata e la scuola stava per terminare. C’era quel gruppo di ragazzi che, di un anno o due più grandi di lei, stavano ammucchiati in cerchio e, si capiva benissimo, dovevano far girare una canna. Lei, curiosa com’era, avrebbe volentieri fatto parte della congrega, non fosse altro per assaggiare quella roba, da cui sua madre non faceva altro che metterla in guardia. Mentre se ne stava lì, imbambolata, lui si staccò dal gruppo e le venne incontro con il suo bel sorriso. Si presentò, disse di chiamarsi Luigi e la invitò a unirsi a loro. Ce ne era già un’altra di femmine, si rese conto mentre si avvicinava al gruppo. Insomma, per farla breve, quella mattina anche lei conobbe il sapore della cannabis! Non che la entusiasmasse, ma almeno sapeva di cosa parlavano quelli che dicevano che faceva girare un po’ la testa, alle prime boccate, poi non era molto diversa da una sigaretta, di quelle che anche lei, di nascosto, ogni tanto fumava. Poi Luigi le si avvicinò e le propose di uscire insieme il prossimo fine settimana. Lei ci pensò, era giovedì, voleva dire fra un paio di giorni. Lei sapeva benissimo che difficilmente avrebbe ottenuto il permesso di uscire da sua madre, se non con un’amica e durante il giorno. La sera no, era vietato e la madre avrebbe sicuramente trovato un versetto della Bibbia, lei così bigotta, che impediva alle ragazze minorenni di uscire la sera, figuriamoci con un maschio! Così si decise a rispondere a Luigi: «Se non ti scoccia, sabato pomeriggio uscirò con Lorella, la mia amica del cuore per andare a prendere una cioccolata al caffè de Paris in Piazza Dalmazia. Noi abitiamo là vicino, nelle case dove prima c’era la Galileo, mi hanno detto i miei…». Maria, come si chiamava, rimase con il fiato sospeso, guardando Luigi negli occhi e spiando la sua reazione. Lui sembrò capire perché lei gli aveva dato quella risposta, così acconsentì a incontrarla in quel bar con l’amica al seguito, purché, come le disse: «poi si riesca a trovare qualche minuto per noi soli. Mi piace tanto l’dea di stare un po’ da solo con te!» Maria era meravigliata dalla semplicità con cui quel ragazzo riusciva a dire cose che lei non aveva mai sentito da nessun altro, se non un po’ per gioco da ragazzini. Si guardarono negli occhi e le sembrò di averlo conosciuto da chissà quanto tempo. Gli sorrise e disse un si molto complice di cui lei stessa si meravigliò. Avrebbe perfino voluto chiedergli se era credente, se credeva in Dio come la mamma avrebbe voluto, insomma. Ma non ebbe il coraggio, mentre la canna girava, di entrare in simili argomenti. E poi la campanella della fine dell’intervallo suonò e si diressero verso l’interno della scuola. Luigi riuscì a sfiorarle la mano con la sua, e a gettarle un piccolo bacio di nascosto da tutti.

All’uscita della scuola trovò il babbo ad aspettarla con l’auto per riportarla a casa e non riuscì a salutare Luigi mentre anche lui usciva dal portone.

La sera, ripensando per la centesima volta a quell’incontro, si accorse forse per la prima volta di essere donna. Sì, le sue cose erano arrivate da un paio di anni. Ma l’avevano lasciata più stupita che convinta. Ora invece, ripensando a quel ragazzo così audace e intrigante, senza essere scortese, sentiva qualcosa che non riusciva a chiamare con il suo nome, ma che le dava delle sensazioni che non aveva provato prima. Non voleva usare parole troppo grosse. Ma quella strana amicizia che aveva incontrato la mattina a scuola era qualcosa di diverso dalle solite conoscenze. E poi non vedeva l’ora di rivederlo il sabato prossimo. Soprattutto in quei minuti, come le aveva detto, in cui sarebbero rimasti da soli. E cominciò a lambiccarsi il cervello per sapere cosa dire a Lorella perché li lasciasse da soli. E poi, dove sarebbero andati per rimanere da soli? Che intendeva Luigi con quella frase? Da soli in piazza o soli, in qualche angolino fuori dalla portata degli altri? Insomma ce ne mise di tempo per addormentarsi quella sera!

Erano le cinque del pomeriggio di sabato. Aveva appena riattaccato il cellulare dopo la chiamata con Lorella. La quale, tra l’altro, aveva ripetuto una classe per una malattia che l’aveva lasciata a casa dei mesi ed era di un anno più grande di Maria. Così si sentiva in dovere, avendo già avuto le sue esperienze maschili, di istruirla al riguardo. «Ti capisco benissimo», le disse dopo che Maria le aveva detto, un po’ confusamente, le intenzioni di quel ragazzo. «Si è fatto tutte noi ragazze di raccontare ai nostri genitori che uscivamo con l’amica, che magari veniva a prenderci a casa, per andare poi col ragazzo di turno. Farò così anch’io. Mi fa piacere che anche tu cominci a svegliarti un po’». E Lorella si fece una bella risata prima di chiudere insieme all’amica la conversazione.

Al caffè de Paris trovarono Luigi in attesa, tranquillamente seduto ad un tavolino a cui invitò le ragazze a sedersi. Ordinarono la cioccolata che lì facevano particolarmente buona, anche se ormai, alla fine di maggio, con la temperatura che era cresciuta notevolmente, stava per scadere il tempo di quella bevanda per lasciare completamente il posto ai buonissimi gelati artigianali. Fatte le presentazioni di rito e le quattro chiacchere per far passare il tempo necessario a gustare la cioccolata, Lorella accampò il bisogno di lasciarli per recarsi a fare certe spese di cui aveva impellente necessità. Rimasti soli, Luigi le propose di andare a fare quattro passi, che terminarono in un cortile dietro i negozi dove non sembrava passare anima viva. Fu la prima volta che Maria provò l’ebbrezza di un bacio vero. L’aveva pensato tante volte, il contatto della lingua di lui con la sua. Invece del temuto effetto di repulsa, provò un gran piacere e si trovò ad abbracciarlo con forza. Luigi, con delicatezza, ma con decisione, le prese una mano e la fece scivolare sopra il suo sesso, già cresciuto notevolmente. Anche in questa occasione Maria non si ritrasse ma lasciò che la mano accarezzasse più volte il sesso del ragazzo, finche lo sentì muoversi convulsamente. Lui le sussurrò un grazie nell’orecchio e le chiese se desiderava anche lei essere toccata. «Mi piaci da morire» gli sussurrò lei con una voce calda che non si conosceva, «Ma lasciami crescere un altro po’. Quando sarò pronta… per tutto… te lo dirò, non dubitare». Luigi la strinse a sé fino a farle male. Lei rideva senza trattenersi. Poi, un bel po’ dopo, si ricomposero e si avviarono verso la piazza lì dietro. Erano passati molto più di cinque minuti!

Nei mesi che seguirono, quell’angolo di città li vide insieme molte volte. Come li vide molta gente seduti con l’amica a quel bar, per poi rimanere soli, scomparire e ritornare solo più tardi.

In una di quelle occasioni Maria chiese a Luigi quale religione praticasse. E lui, come fosse la cosa più naturale del mondo, le rispose che era ateo e che le religioni, secondo lui, non erano altro che un modo per consolare gli animi deboli che hanno paura della vita e, soprattutto, della morte. Maria, più che stufa del bigottismo con cui la madre l’aveva allevata, che addirittura l’aveva portata in quella fantomatica Congregazione dove tutti erano dei credenti fanatici come lei, che usava continuamente frasi fatte dei vari libri dei profeti per non scomodarsi a discutere davvero con la figlia, guardò con ulteriore ammirazione il suo ragazzo, anche se non avrebbe saputo come dire una cosa del genere alla mamma.

Così, quando la madre venne a conoscenza del rapporto con Luigi e dei frequenti incontri in quel bar («se tu sapessi il resto», si disse Maria), fece una mezza tragedia e ci fu quella conversazione, in cui Maria non potette che mentire sulla mancanza di fede religiosa da parte di Luigi. Sperava che almeno questo la tenesse un po’ buona. Col tempo, pensava, l’avrebbe conosciuto, avrebbe visto che era un bravo ragazzo e allora… Ma non andò così e quella mamma voleva per sua figlia un ragazzo fatto su misura. La sua misura.

Quel pomeriggio, era sabato, Luigi trovò Maria da sola. Ma non era al bar. Era dalle sue parti e gli stava andando incontro con un bel sorriso sul viso che a lui piaceva tanto. «Oggi non andiamo al Bar», gli disse prendendogli la mano e portandosela sul petto. Lui la guardò con un punto interrogativo sul volto. «Andiamo qua vicino. C’è la casa di Lorella. I suoi sono fuori per una settimana e lei è figlia unica! Stasera rientra solo per cena. È venuto il nostro momento… tesoro». Maria disse questa parola quasi tremando. Ma lui capì benissimo. Si strinsero le mani in modo esagerato. Non si accorsero che stavano correndo quando arrivarono, un minuto dopo, davanti al portone della casa dell’amica. Maria tirò fuori le chiavi e aprì. «Vado avanti io che conosco la casa…». Lui l’attirò a sé e la baciò.

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