
Il delfino di porcellana si schiantò contro il muro.
Marta, sette anni, sobbalzò e strinse al petto l’orsacchiotto marrone.
La mano del babbo afferrò il bordo del tavolo, forse per impedirsi di distruggere altro. «Sei codarda come tua madre!»
Abbondante saliva inondò le labbra gonfie della mamma che piagnucolò. «Se abbandoni tuo fratello perderai il lavoro, la casa, come faremo?»
Lui la ignorò, e si girò verso di lei.
Marta cercò di rendersi invisibile, ma il dito del padre la raggiunse e la spintonò contro al frigorifero.
«Una famiglia di ladri! Non voglio che li frequenti più! Guai a te!»
Lei lo fissò dal basso in su, la bocca piena di sabbia e gli occhi trafitti da decine di spilli.
Le stava intimando di dare l’addio a sua cugina, l’unica amica che aveva.
Svicolò e si rifugiò in camera, il cuore preso a sberle doleva, grossi lucciconi scendevano accompagnati da singhiozzi che le mozzavano il respiro.
Niente più corse nella vigna, arrampicate sull’albicocco e capanne costruite con gli sterpi.
Col tempo ripiegò sui compagni di scuola e sui bambini di piazza, ma non sapeva imporsi, la facevano giocare solo se completava una squadra, altrimenti rimaneva da parte.
Imparò a consolarsi con i fumetti e con tanti amici immaginari, con i quali parlava sottovoce se no mamma si arrabbiava.
«Non chiacchierare da sola! Ti prendono per matta.»
Marta crebbe e i genitori continuarono comportarsi come cane e gatto.
Desiderava tanto un’amica del cuore, ma Lucia arrivò solo alle superiori.
L’intesa fu immediata, bastò un’occhiata per capirsi al volo.
Con lei iniziò a frequentare il centro cittadino, altri ragazzi.
Il gruppo sostituì la famiglia, e all’amica spalancò il suo cuore, confidandosi in telefonate fiume.
Lucia era già fidanzata da anni, quando, dopo alcune esperienze sbagliate, Marta incontrò Roberto, il grande amore,.
A quel punto Lucia cambiò: i sorrisi diventarono tirati, sparirono le telefonate fiume, venne soppiantata da altre ragazze.
Le passerà…
Un giorno Marta capitò al bar, dove si trovava con gli amici, fuori dal solito orario.
Al banco ordinò un caffè e, mentre aspettava, l’attenzione fu attratta da due tipe che parlavano ad alta voce, piegate in due dal ridere.
«Chi volevi che se la prendesse se non un coglione fuori provincia?»
Marta allungò le orecchie, erano conoscenti di Lucia che però lei non frequentava.
«Di dov’è?»
«Livorno, credo si chiami Roberto.»
Quando lo immerse nella tazzina, il cucchiaino le tentennò tra le dita.
«Tanto non durerà neanche questo. Sarà uscita con mezza città.»
L’altra rise. «A dire “uscita” le vuoi bene. È di bocca buona quella Marta.»
Una stilettata la fulminò dalla nuca alla punta dei piedi, si ritrovò di colpo sudata, con le mani tremanti, nuda di fronte all’evidenza.
No! non può essere vero… la mia vita, le mie confidenze usate come sollazzo tra un drink e una nocciolina.
Uscì dal locale con passo malfermo, in testa un ronzio che sul momento le impedì pensieri razionali.
Tornata a casa, scoppiò a piangere.
Lucia! La odio! Quanto vorrei passarle sopra con l’auto e renderla tutt’uno con l’asfalto!
I giorni passarono, Marta non si fece più vedere al bar e non richiamò Lucia. Con un click cancellò il numero dalla rubrica.
I ragazzi del gruppo alla spicciolata sparirono.
Le ci volle parecchio tempo per digerire il colpo, comunque a fatica si riprese.
Chiuse con le amiche.
Pensieri e confidenze imparò a tenerli per sé.
Si circondò di tante conoscenze superficiali e divenne autosufficiente.
In fin dei conti stava bene da sola, e se aveva bisogno di consigli c’erano sempre Internet e Wikipedia.
di Laura Gronchi

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