Anni fa, lo sai, ho imparato un gioco
che mi piace giocare, “essere amica”.
Lo vo perfezionando con l’uso
cesellato di parole, disegno
arabeschi di calore, nodi
ne faccio, fiocchi da donare e sciolgo,
se posso, freddi grumi di dolore.
Fecondano nascoste le parole
dette ed ascoltate, dilagano
affidate a diversi possibili
destini. Con le parole taglio,
come spada, pietrificanti, lunghe,
ondate gigantesche di tempesta.
Così ieri, tu ed io, sulla veranda
della casa nuova, sedute accanto
al muro, ignoravamo il cielo che,
poco prima ceruleo luminoso,
s’impomatava d’una coltre grigia.
Il sole affogava occultato dietro
un’ampia nube. Fra le erbe incolte
del giardino un vento agile strisciava
mentre decisa, in ombra, avanzava
la frescura. Tu e io, insieme sul divano,
altrove lo sguardo spaziavamo,
dentro, su quel fosco baluginare
forsennato, chiaroscuro d’acqua
sporca, sul vuoto velato di foschia
che ha spesso cancellato l’orizzonte.
Brandelli sordi di tormento, sogni
spezzati, pensieri senza fine,
cocci rotti riaffiorano a fatica.
da pozzi in cui l’anima inghiottita
annaspa in oasi di macerie nere.
Incartate nella sofferenza,
abbiamo con criterio ricomposto
il mosaico dei molti frammenti
della vita per ritrovar la strada,
combattuto la spietata voglia
di raggomitolarci e cacciare via
il mondo regolare con un grido.
Ho visto consumarsi i fuochi fatui
del mal essere, spegnersi e sparire
e finalmente schiudersi il lucido
specchio di un sorriso raro. Un abbraccio
rese certa l’attesa del domani
e più leggera, mentre la campagna
si preparava ai silenzi puliti
e profondi della vicina sera.
(da “Poco dopo l’inizio della sera”)

di Maila Meini

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