
“Chi fuor li maggior tui“ fa dire Dante a Farinata degli Uberti, che vuol sapere a quale fazione appartenesse il poeta.
Mio padre invece interpretava questo verso come un incitamento a ricercare l’origine del nostro cognome e chi fossero stati i nostri antenat .
Poiché, risalendo nei secoli, cognomi comuni si possono trovare ad ogni piè sospinto, si può affermare che, in fondo, qualche grado di parentela si può trovare per tutti e con tutti.
Nelle sue ricerche, mio padre aveva trovato anche, e lo conserviamo ancora, un documento risalente al 1302 dove, fra i priori di Firenze, responsabili forse anche della cacciata in esilio di Dante Alighieri, figura un certo Migliorozzo Magaldi,
Sarà stato un nostro antenato?
Chissà.
Fatto si è che mio padre volle dare al suo primo figlio, il mio fratello maggiore, fra i tanti che accompagnano il suo primo nome di battesimo (dovevano essere accontentate le richieste dei parenti di entrambe le famiglie dei genitori), anche il nome Migliorozzo.
Non aveva trascurato, nelle sue ricerche, anche il ramo materno e, attraverso parenti acquisiti, matrimoni ed adozioni, era risalito, niente popò di meno, che a Luciano Bonaparte, il fratello di Napoleone, l’unico fra i fratelli a non essere stato gratificato di una corona dal grande Corso per aver contratto un matrimonio a lui non gradito.
In famiglia è conservato poi, in un dipinto ad olio, il ritratto, a mezzo busto, del nonno di mio padre.
Il mio bisnonno.
E’ rappresentato, sullo sfondo di un arazzo, in un’azzimata giacchetta nera di taglio ottocentesco, che si apre su un bianco jabot, con un alto solino ed i neri capelli che incorniciano un viso un po’ pallido dallo sguardo fisso verso chi osserva il ritratto.
Nella mano destra siringe un volume di cui si può apprezzare la sofisticata rilegatura del dorso simbolo della sua professione.
Infatti, a quanto mi disse mio padre, esercitava la professione di notaio nella città di Matera.
Sul candido jubot spicca poi, vistosa, quella che sembra una preziosa spilla.
“Che fine avrà fatto quel brillocco“ si domandava mio padre.
Facendo un po’ di conti il mio bisnonno dovrebbe essere vissuto a cavallo fra la prima e la seconda metà dell’ottocento, quando nel Regno delle due Sicilie regnava Ferdinando II al quale dopo la sua morte, subentrò per poco più di un anno, il mite Francesco II, detto Franceschiello .
Ferdinando II era detto il re Bomba perche, con le bombe delle sue cannonate, aveva spento i primi moti insurrezionali che tentavano di minare il suo potere assoluto.
Del resto il re Bomba si riteneva al sicuro dai moti rivoluzionari di quegli anni perché il suo regno era protetto, come amava dire, dall’acqua “salata” ( i mari Tirreno, Ionio e Adriatico), e dall’acqua “santa”, (lo Stato Pontificio).
E invece poi, proprio dal mare arrivò Garibaldi, con i suoi mille in camicia rossa che sconfissero i borbonici e costrinsero all’esilio il povero Franceschiello.
Chissà se anche il mio bisnonno ha avuto qualche parte nello sconvolgimento di quegli anni, se avrà avuto idee liberali o lealiste, se avrà parteggiato per i borbonici o i garibaldini.
Non lo so e non lo sapeva neanche mio padre.
Senza dubbio fu senz’altro testimone del passaggio dai Borboni ai Savoia, dal Regno delle Due Sicilie al neonato Regno d’Italia.
Nella sua professione avrà dovuto cambiare timbri, bolli, codicilli e frasi di rito.
E, come affermava acutamente il contemporaneo Principe di Salina, il mitico Gattopardo del romanzo di Tomasi di Lampedusa, avrà dovuto cambiare tutto per non cambiare nulla.
di Brunetto Magaldi

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