WEN – ANTENATI – Zia Guglielma -Ada Ascari

Oggi davanti a due parole apparentemente in contrasto fra loro, come ‘Primula’ e ‘Mucido’ mi sono trovata a mettere a confronto la freschezza di un fiore appena sbocciato su un prato primaverile e l’odore che prende le narici in uno spazio chiuso.

Mi è ricomparso davanti agli occhi l’ingresso della cantina di una vecchia casa dove abitava una mia antenata. Credo che quella casa non esista più, era una stretta costruzione vicino alla ferrovia, costruita rubando una striscia di terreno tra la strada ferrata e la strada asfaltata. L’ingresso era sul dietro, un piccolissimo cortile che terminava davanti ad una vecchia porta a doppio battente. Ci abitava una zia di mio padre, Guglielma, una donna che ho sempre visto anziana, anche se mi rendo conto che forse era solo adulta. Ricordo anche vagamente una vecchia piccola e rattrappita, probabilmente sua madre e mia bisnonna.

Sto cercando da qualche tempo di ricostruire la rete parentale della mia famiglia di origine e qualche volta arriva anche la sorpresa. Cercando in internet nei vecchi registri anagrafici ho scoperto che quella zia che a volte mi teneva con lei, forse per alleviare un po’ gli impegni di lavoro che avevano i miei genitori aveva avuto una sorella gemella. Nessuno ne aveva mai parlato, nemmeno lei ne aveva fatto cenno, eppure nascite gemellari ce ne erano state; mio padre aveva avuto due fratelli gemelli e mia mamma stessa era gemella a sua sorella. Eppure quella sorellina nata contemporaneamente a Guglielma e sopravvissuta pochi giorni non era mai stata ricordata. Sua mamma, la mia bisnonna Clotilde, aveva avuto dodici figli, forse un figlio in più o in meno a quei tempi era ininfluente…

Ma torniamo alla sensazione che provavo entrando in casa della zia. Un ambiente buio e stretto, a sinistra c’era la cucina con ancora il fornello a carbonella. Un piano di mattoni e uno spazio protetto da una grata su cui si appoggiava la pentola, il mio ricordo è molto vivido. Da qualche parte c’era un’altra porta sempre chiusa, non ricordo se era nella cucina o nella stanza successiva o se fosse fuori sul cortiletto, ricordo solo alcuni gradini che scendevano nel buio. La porta si apriva solo per scendere nella cantina dove venivano conservate le vivande più deperibili. Era una specie di frigorifero naturale, il frigorifero dei poveri, non colmo di prosciutti e salumi, ma ricco solo di qualche formaggio e di scorte di cipolle e patate sistemate su assi di legno. L’odore era quello dolce della muffa, non l’umidità fresca di decomposizione, ma quello di qualcosa che stava maturando piano piano.

Entravo nella cantina, circondata dal buio, non c’erano lampade, solo la luce che proveniva dalla porta illuminava il locale, il freddo mi faceva rabbrividire e la paura era mitigata solo dalla mia mano in quella della zia. La tenevo saldamente, lei metteva qualche ortaggio nel grembiule che le faceva da sporta e poi risalivamo al sole ed al rumore dei passaggio dei treni. Era come una rinascita, piede dopo piede sui gradini e la vista accecata dalla luce.

Mentre scrivo mi rendo conto che l’odore che sentivo non poteva essere quello della muffa che tutto fa imputridire, ma quello sano del cibo lasciato a maturare. La muffa è putrescenza, è morte, e laggiù di morte non ce ne era proprio.

Una volta fuori, ricominciavo a respirare e l’aria trattenuta entrava nei polmoni, era la rinascita, erano gli odori dello sfrigolio della cipolla che pizzicava le narici, era il calore del fuoco sotto la pentola annerita.

Ricordo che Guglielma era la mia zia, anzi prozia, preferita perché lavorava come guardarobiera, quando ancora c’erano le guardarobiere, in un cinema e spesso mi faceva entrare gratis dalla porta di dietro e mi faceva sedere nelle ultime file. Quanti film ho visto! Poi anche lei se ne è andata, non ricordo nemmeno come, un giorno è arrivata la notizia e così semplicemente si è chiuso un capitolo della sua e mia vita.

di Ada Ascari

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