
LEI: Che ascolti?
LUI: (togliendosi gli auricolari e stoppando il lettore mp3) Una suite progressive di Alan Sorrenti, Aria [1].
LEI: Ma non è quello di Figli delle stelle?
LUI: Sì, ma prima di darsi alle canzoni pop ha fatto musica sperimentale. Poi negli anni Ottanta ha anche inciso un album dedicato al buddismo di Nichiren Daishonin [2]. Questa suite dura quasi venti minuti, ha un testo pazzesco, psichedelico, come se l’autore si smaterializzasse in un amplesso. Secondo me l’ha scritta sotto effetto di qualche sostanza.
LEI: Pensavo che Aria fosse una canzone di Gianna Nannini… [3] quella del film d’animazione su Momo [4].
LUI: Stesso titolo, canzone diversa. Penso che quello sia il titolo più diffuso nella musica italiana, senza contare le “arie” della musica classica [5].
LEI: Ah davvero? Ti sfido a trovarmi altre canzoni con quel titolo, visto che sei un esperto.
LUI: Volentieri. Te ne dico alcune in ordine cronologico. C’è quella di Dario Baldan Bembo [6], testo che non dice nulla, evanescente come l’aria appunto, poi c’è quella di Daniele Silvestri [7], che parla di un’evasione dal carcere dell’Asinara.
LEI: E quattro, compresa la Nannini.
LUI: Più vicina a noi c’è quella di Syria [8], una canzonetta d’amore, e il brano di Giovanni Allevi [9], interamente strumentale, al piano… senza contare Nell’aria di Marcella Bella.
LEI: Sì sì, ok, sulla musica italiana sei preparato, ma su quella straniera?
LUI: Ah beh, c’è quella degli Asia [10], molto breve e molto art rock anni Novanta, poi ci sono tante canzoni in inglese che si intitolano Air, e infine c’è Aire dei Mecano [11]: bellissimo testo, misterioso, ricco di metafore, probabilmente una canzone contro la droga. Tempo fa ho fatto una libera traduzione del testo, un attimo che la cerco (cerca sul tablet). Eccolo: «Risvegliandomi dai postumi di una sbornia, notai che iniziavo a sgonfiarmi dall’ombelico, che il mio corpo si afflosciava come un foglio di carta, e curiosamente stavo passando allo stato gassoso. Dopo la metamorfosi mi sentii molto meglio. Ero un’aria scura e grigia, piuttosto inquinata; si notava che ero aria di città, che l’uomo preferisce anche se non è delle più sane. Ho sognato per un momento che ero aria: ossigeno, azoto e argon, senza una forma definita né colore. Fui aria volante. Siccome sono molto perspicace, perfino in una situazione come questa, provai a farmi respirare dalla tipa che dormiva accanto a me. Senza entrare nei dettagli, so fare cose migliori: visto che l’esperienza sessuale non mi soddisfece, divenni un uragano che girò tre o quattro volte e alla quinta mi stancai. Questa stanza è molto piccola per i miei sogni. Mi dispiace per la mia compagna e per il vetro che ho distrutto: sono fuggito dalla finestra e sono saltato giù. Tuttavia sono stato sfortunato; quando stavo per tornare indietro mi sono ritrasformato in un essere umano. Non mancate al funerale.»
LEI: Bizzarro e inquietante, mi viene in mente un’altra canzone di Adriano Celentano, La siringhetta [12]: anche lì qualcuno fa un brutto volo perché credeva di saper volare.
LUI: Vero, ma adesso scusami se mi tolgo questa mascherina. Mi manca l’aria!
Firenze, 25 fruttidoro ’28 (11 settembre 2020) – Per WEN ottobre 2020
[1] Dall’album omonimo del 1972.
[2] Bonno soku bodai, 1987.
[3] Dall’omonimo album del 2002.
[4] Momo alla conquista del tempo (2003), regia di Enzo D’Alò.
[5] Tra cui la celeberrima Aria sulla quarta corda di Bach, che ispirò il brano progressive A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum.
[6] Singolo del 1975.
[7] Dall’album Sig. Dapatas (1999).
[8] Singolo del 2003.
[9] Dall’album raccolta Secret Love del 2012.
[10] Dall’album omonimo del 1994.
[11] Dall’album Ya viene el Sol (1984).
[12] Dall’album I mali del secolo (1972).

Rispondi