Apollonia incombeva come un vulcano in eruzione sulla porta della sala.
«Non mi stai mai ad ascoltare. Ricordi cosa ti ho detto ieri?»
«A che cosa ti riferisci?» chiese esausto Venanzio sospeso sul ciglio del divano.
«Lo vedi che non mi ascolti e non ti ricordi mai quello che ti dico» lo aggredì matronale la moglie avanzando incombente nella stanza.
«Se non fai altro che parlare, come posso sapere a che cosa ti riferisci?» si difese svogliatamente il ragionier Paolini.
«Tra marito e moglie ci dovrebbe essere empatia. Dovresti capire al volo quello che dico» ringhiò l’imponente consorte.
«Se non mi fornisci un indizio, come posso capirti» protestò il marito, bloccando sconsolatamente il telefilm che stava guardando su Netflix e di cui si era perso le ultime battute. Per fortuna poteva farlo tornare indietro, pensò.
«Sei un’idiota, se avessi un minimo di cervello non ci sarebbe alcun bisogno di dirti nulla e capiresti» l’accusò incedendo verso di lui come una frana nevosa.
«Nessuno può capire qualcosa se non gli viene detto di che si tratta. Ora per favore, lasciami stare che sono esausto» cercò di troncare il pallido Venanzio.
«Nessuno!» urlò furente la donna straripando nella sala «E tu ti consideri un bravo impiegato, uno che sa far bene il suo lavoro! Si vede proprio che sei un incompetente. Tu non sai come funziona nel mondo del lavoro: si deve capire con un cenno. Per questo non sei niente, non fai carriera. Sei un inetto».
«Questo è quello che dici tu. Dalle mie parti, le persone serie, si esprimono chiaramente, con frasi complete di predicato verbale e complemento oggetto. Io ancora non ho capito di che stai parlando. E non tirare il ballo il mio lavoro, che non lo capisci. Se non vuoi dirmi di che stai parlando, per favore, lasciami in pace che sono stanco e mi levi l’aria.»
«Sì,» gridò la corpulenta fiera «Sei decisamente un’idiota che non capisce nulla. Ora mi devi stare a sentire».
«È già un po’ che ti sto ascoltando e la cosa non mi pare conduca da nessuna parte. Mi stai solo togliendo il respiro» ringhiò fragilmente Venanzio.
«Ah sì! È questo il tuo modo di rapportarti con tua moglie quando ti sottopone un problema? Vorrei che davvero soffocasti!» tuonò la tettonica signora.

«Problema? Quale problema? Il solo problema che vedo qui dentro sei tu? Vuoi tacere e toglierti dalle balle. Non ce la faccio più a sopportare queste tue follie. Accanto a te soffoco» scoppiò il macilento Venanzio ormai rosso in viso.
«Lo vedi come sei? Io sarei il problema? Il problema qui sei tu che torni a casa, mangi e sprofondi davanti alla TV».
«Ho avuto una giornata pesantissima. Una settimana pesantissima. Un… matrimonio pesantissimo. Quando torno a casa ho bisogno di riposare e non di affrontarti» strillò stridulo e paonazzo il ragionier Venanzio Paolini, portandosi le mani alla gola e boccheggiando come un pesce schizzato fuori dell’acquario.
«Sei un lurido verme. È così che si tratta una moglie che ti vuol parlare? Quando dovrei farlo? Quando sei in ufficio?»
«Ti prego, lasciami stare, non respiro, mi manca l’aria, soffoco…» sibilò Venanzio accasciandosi cianotico sul divano.
«Ecco… muori? Va bene! Uno ti parla e tu che cosa fai? Le inventi tutte per non starmi a sentire…» eruttò la furente Apollonia.
«Aiuto!» mormorò con un filo di voce Venanzio in preda a una crisi respiratoria. «Aria! Aria!»
L’incombente Apollonia con una plateale alzata di spalle, si girò sulle pantofole deformi e liberò la sala dalla sua presenza, senza aspettare che il marito esalasse l’ultimo respiro.
di Carlo Menzinger di Preussenthal

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