WEN – AVARIZIA – Un piatto di cacciucco – Massimo Acciai Baggiani

Un articolo sul giornale, trovato sul tavolino del solito bar, mi ha fatto ricordare R***. La memoria è tornata indietro di vent’anni, al giorno in cui l’ho conosciuta su Cupido, un vecchio sito d’incontri antenato di Tinder. Ricordo come fosse ieri il nostro primo appuntamento, quel pomeriggio di febbraio, quando se qualcuno avesse ipotizzato una pandemia lo avrebbero preso per scemo. Avevamo fissato in una zona industriale all’uscita dell’autostrada, perché casa sua era in culo al mondo: troppo complicato arrivarci. I navigatori satellitari forse non esistevano nemmeno, e comunque io non ce l’avevo. Ad accompagnarla all’incontro fu suo padre, un tipo piuttosto rozzo, così mi sembrò al telefono.

Lo spiazzo era deserto e silenzioso, desolato come una fabbrica il fine settimana. Non so bene cosa mi aspettassi: ero più incuriosito che ansioso. A quei tempi ero un ragazzo timido e solitario ma già con diverse delusioni sentimentali alle spalle. Lei era arrivata qualche minuto prima di me. Suo padre l’aveva scaricata lì e se l’era filata prima del mio arrivo. La feci salire e ci dirigemmo alla velocità della luce verso la costa. Lei era bassa, un po’ chiatta, con lunghi capelli castano scuro, occhi un po’ porcini e sguardo più maligno che malizioso. Questo lo dico adesso, col senno di poi: in quel momento invece la trovai passabile, comunque giudicai che valesse la pena approfondire la conoscenza.

La portai a passeggio sul lungomare, le pagai il caffè e la invitai a cena in uno di quei ristorantini vicino alla spiaggia dove vanno a finire i turisti. Ordinammo la specialità locale: il cacciucco. Proprio nel momento in cui la conversazione languiva – oggi posso dire che non fosse proprio una cima, anzi era piuttosto volgare – passò un ragazzo di colore, con delle rose. Gliene comprai una: le si illuminò lo sguardo. Oggi ho compreso quello sguardo; all’epoca ero troppo ingenuo per riconoscerlo. Aveva trovato il pollo.

Dopo cena la riaccompagnai nella landa industriale. Nell’attesa che arrivasse suo padre in macchina mi chinai per rubarle un bacio, ma lei si scansò, aprì la portiera e mi salutò con un «Ci becchiamo bello» che suonò un po’ derisorio.

Uscimmo insieme altre due volte, senza combinare nulla. Lei continuava a dare per scontato che avrei pagato sempre io. No, non eravamo una coppia; lei lo aveva messo in chiaro fin dal nostro secondo appuntamento.

«Cosa siamo allora?» le domandai.

«Amici.»

Alla fine di quello che sarebbe stato il nostro ultimo incontro pagai solo la mia parte. Lei mi guardò dapprima stupita, poi decisamente incazzata.

«Per un piatto di cacciucco!» mi rimproverò gelidamente. «Che pezzente, i miei amici pagano sempre per me.»

Io non replicai. La riaccompagnai al solito posto. Non scambiammo una sola parola. Nei giorni seguenti non ci sentimmo: io continuai a fare la mia vita, pensando a qualcosa che potesse dare un senso a quella storia. Finalmente trovai un finale adatto. Creai un nuovo account su Cupido e la contattai sotto falso nome. Nel mio profilo avevo messo le cose che lei desiderava in un uomo, punto per punto, basandomi su quello che mi aveva detto ma soprattutto su quanto avevo osservato nei nostri incontri. Specificai che ero molto ricco e allegai la foto di un modello poco noto.

Ci demmo appuntamento nel solito luogo desolato, al tramonto. Ovviamente io non mi presentai. Il giorno dopo cancellai l’account, senza nemmeno leggere i suoi numerosi messaggi, di cui potevo immaginare facilmente il contenuto.

Non ho saputo più nulla di lei fino a oggi, quando ho letto il suo nome e cognome sul giornale, nella pagina della cronaca nera.

Firenze, 17-18 brumaio ’29 (7-8 novembre 2020)

Scritto al tavolino del bar Gherardini e Cartabianca

Per WEN dicembre 2020 (AVARIZIA)

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