Per me che sono generosa, al limite della prodigalità, parlare di avarizia è difficile, lo farò restandone distante e con una certa ambiguità. Voglio partire da lontano iniziando da quel che io credo che sia un concetto di fondo seppur c’entri di sbieco. Dunque, è da considerare principalmente l’atteggiamento con cui ci si pone verso i beni e verso le persone, perché l’avarizia non è solo accumulo di denari ma anche e soprattutto di emozioni. All’origine v’è una smania di possesso che si alimenta con la brama di potere e obnubila il sentimento più onesto, annientato dal credo dell’avere. E niente gioca l’esperienza, gli insegnamenti della storia che mesti ci riportano ad atti di vanagloria, posti in essere per ottener risultati che seppur immediati hanno poi sacrificato tanto, in nome dell’avere. Questo però, in un’ottica più ampia, perché tira in ballo e comprende anche la superbia, quando invece l’avarizia, è quell’emozione arida con cui si affronta la vita con eccessiva mestizia e si accumula idealmente per noi stessi quel che poi è all’origine di tutti i

contrappassi. Io la vedo come una grossa limitazione del cuore, che supplisce con motivazioni addotte da ogni dove, logiche brutali, volte a rivendere il ristretto operato con l’intelocutore. Infatti, quello della faccia bronzea adatta alla situazione è l’effetto più usato per mantenere una facciata e non scoprir del tutto la parata. E poco di tutto ciò viene dal cuore che è ridotto ad un mero calcolatore di interessi, indice di giustificazioni da accampare più che altro a noi stessi e che ci fa essere parchi di sentimenti e meschini d’intenti.
Per non parlare poi della perdita che comporta l’essere avari, perché la volontà gioca a farci accumulare per sentirsi più grandi, per avere l’idea di essere importanti, anche se poi il rovescio della medaglia porta ad una solitudine che, per tutta la vita, attanaglia.
Giovanna Ristori

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