Zaman aveva un cuore piccolo, braccia corte da non riuscire mai ad abbracciare i suoi cari e non parliamo del suo portafoglio che era piccolissimo. Però aveva una casa grande, un’auto di lusso e appezzamenti di terra qua e là.
Non permetteva alla moglie di andare a fare la spesa. “Faccio io la spesa Zari jan” le diceva. Poi andava il tardo pomeriggio al mercato e comprava a prezzo stracciato quello che rimaneva nei cesti di verdura e frutta. Praticamente a quell’ora c’erano solo lui e i mendicanti. Tornava a casa felice, chiamava la moglie e le diceva: “Zari jan, guarda quanta roba ho comprato”. Zari guardava le verdure appassite e la frutta guasta e sospirava.
Si interessava personalmente del vestiario della famiglia. Un paio di volte all’anno portava i ragazzi e la moglie da un buon amico che vendeva i vestiti usati al bazar centrale di Teheran. Comprava un mucchio di stracci per tutti e tornava felice solo lui a casa. “Non vi faccio mancare nulla. Sono un buon padre si o no?” e i ragazzi sospiravano.
Era molto attento anche alla salute della famiglia, perché le cure costavano e lui non volevo dare nulla alle casse dello stato. Conosceva un paio di drogherie che vendevano erbe medicinali. Zaman si procurava all’inizio della stagione fredda tutto il necessario per curare la famiglia. “Sono cresciuto con queste erbette e sono sano come un elefante”, ripeteva alla famiglia.
Non si fidava neanche delle banche e teneva i risparmi in un in un posto nascosto della casa.
Un giorno i notiziari parlarono di un virus sconosciuto e molto insidioso. Lui rise, Zari si spaventò. Da lì a poco chiusero le scuole, i luoghi di lavoro, i parchi, i ristoranti, eccetera. Lui sbuffò dicendo che era un’altra diavoleria escogitata dallo stato per tenere in pugno i cittadini creduloni.
Passarono giorni e mesi e la situazione non migliorava. Zaman continuava a fare le solite cose, come andare al bazar e ai mercati, rimasti aperti, ed istigare la gente contro le decisioni degli esperti del virus briccone. Ogni volta tornava a casa arrabbiato perché anche le rimanenze della giornata nei mercati costavano di più.
Un giorno il figlio maggiore si svegliò, lamentando dolori e spossatezza. Zaman andò alla drogheria dell’amico e tornò a casa con un sacchetto pieno di erbe medicinali. Inutile dire che le cure non servirono e si ammalarono anche la figlia e la moglie. “Niente medico. Un colpo di tosse non ha bisogno di un dottore. Bevete gli infusi e state a riposo” e la famiglia obbedì. Un paio di settimana dopo tutti stavano in piedi e Zaman orgoglioso ribadì: “Avete visto che avevo ragione io, sono un buon padre e un buon marito si o no?”.
Una notte si svegliò all’improvviso con colpi di tosse e respiro pesante. Zari volle chiamare il medico ma Zaman glielo impedì, dicendo che si trattava di un banale raffreddore. Poiché peggiorava ogni giorno di più solo per l’insistenza dei figli e della moglie accettò di andare in ospedale. “Mi raccomando portatemi in un ospedale statale. Non voglio pagare e far ingrassare quegli ingordi di medici privati”, insistette Zaman ormai semi cosciente.
In Iran da sempre solo le strutture private funzionano al meglio, mentre quelle statali se la cavano alla meno peggio. Portare Zaman in un ospedale pubblico voleva dire anche mettere in pericolo la sua vita. Allora Zari dovette decidere dove ricoverare il marito e in un attimo prese l’unica decisone sensata della sua vita! “Portatelo all’ospedale Shahid Beheshti”, disse all’ autista dell’ambulanza. Così per l’ennesima volta obbedì al marito. Gli fece una bella valigia con i suoi migliori vestiti usati, comprati dal bazar centrale, e mise in una busta tutta la frutta guasta. Lo salutò con affetto e aspettò che l’ambulanza si allontanasse a sirene spiegate. Allora fece un sospiro e rientrò in casa.
Qualche giorno dopo arrivò una telefonata dal reparto dove Zaman era ricoverato. Zari si precipitò all’ospedale. Ritirò la valigia e la busta di frutta e tornò a casa felice.
A proposito, i soldi nascosti di Zaman erano sepolti nel giardino della casa, sotto l’albero di melograno, che lui tanto amava e che Zari fece abbattere dopo pochi mesi…
di Manna Parsì


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