“Nell’universo governa uno zar spietato: fame è il suo nome.”
NIKOLAJ NEKRASOV
Non era tanto il come, anche se era stata una cosa mai vista, ma il perché.
Un giorno scialbo di giugno iniziò tutto. Non ci fu una manifestazione eclatante, ma tanti piccoli sintomi che annunciavano la catastrofe imminente: l’acqua dei fiumi diminuì improvvisamente, laghi interi si prosciugarono, gli oceani fecero emergere terre sommerse; interi raccolti sparirono nel nulla come se un invisibile mietitore avesse fatto incetta di tutto quello che trovava sulla sua strada.
All’inizio nessun scienziato, nazione, organismo politico, capì cosa stesse succedendo. Tuttavia, ogni giorno che passava faceva segnare una tacca nuova sul prosciugamento dei bacini d’acqua e sulle scorte di cibo. L’intera popolazione terrestre stava rotolando rovinosamente sul piano inclinato della carestia, delle malattie e della morte.
Dopo un mese di quella crescente devastazione si palesarono: esseri simili a polpi di dimensione umanoide comparvero in varie città del mondo; non parlavano, ma riuscivano a comunicare attraverso il pensiero. All’inizio ci fu il panico assoluto, poi seguì una forte reazione militare per neutralizzare il nemico inaspettato. Poi capimmo: questa razza aliena aveva l’abilità di rubarci sotto il naso le nostre risorse vitali. Non combattevano con armi fantascientifiche, con la forza, ma “semplicemente” ci toglievano ogni fonte di sostentamento.
Iniziò una guerra furibonda per abbattere le astronavi in orbita bassa attorno il nostro globo, ma più venivano distrutte più ne arrivavano altre dall’universo profondo.
Questa è ormai storia; oggi, in questo momento, mi trovo davanti a uno di loro. Un prigioniero caduto da un’astronave in fiamme sulla mia casa in campagna. L’ho legato con una catena al palo della luce. Sono esausto, bevo una volta al giorno e mangio qualcosa ogni tre, ma avendo davanti la causa della nostra fine mi sento rinvigorito. Non so cosa fare: ucciderlo? Torturarlo? Estorcergli dei segreti?
Sono seduto su un ceppo di quercia e l’osservo: fa schifo, viscido, pieno di ventose e protuberanze oscene. Eppure, quell’essere ci sta annientando. Questa cosa che ho davanti deve essere intelligente e spietata più della nostra razza.
Telepaticamente gli mando un messaggio di minaccia, di morte imminente. Il polpo non sembra cambiare atteggiamento ma il colore della sua scorza varia leggermente, vibra alla luce del sole inclemente.
– Se non mi rispondi ti uccido.
– Lo farai comunque.
– Come ci avete trovato? Da dove venite?
– Vi abbiamo trovato casualmente, dopo una ricerca sulla composizione chimica di varie atmosfere di pianeti abitabili; la vostra presentava parametri interessanti. Veniamo da molto lontano, ma non troppo per i nostri standard grazie ai nostri sistemi di navigazione interstellare.
Faccio una pausa per riflettere, poi gli comunico mentalmente la domanda delle domande.
– Perché ci avete attaccato? Cosa vi abbiamo fatto?
– Non vogliamo nulla da voi, ci siete indifferenti. E non ci avete fatto niente, ovviamente.
– Quindi?
– Vi abbiamo attaccato perché ci servono le vostre risorse, il nostro mondo è ormai morente e stiamo affrontando una grave carestia.
– Ossia mi stai dicendo che state distruggendo un altro mondo perché avete prima distrutto il vostro?
– Non proprio, lo stiamo facendo perché la nostra gente sta morendo di sete e di fame, l’acqua potabile e le piante commestibili sono rare in questo universo.
Non riesco più a sopportare quelle parole, nello specifico la parola “carestia” mi fa impazzire; prendo un piccone dal capanno degli attrezzi e faccio a pezzi il polpo maledetto. Brandelli di tentacoli serpeggiano a casaccio nella sabbia seguendo istinti primordiali.
Prendo la borraccia al mio fianco per un sorso d’acqua, ma ne esce solo una misera goccia che evapora al contatto con le mie labbra.
Non era tanto il come, anche se era stata una cosa mai vista, ma il perché…

di Adriano Muzzi

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