WEN – CARESTIA – Geremia – Silvia Taccagni

Fu l’odore di vecchio, pungente ma gradevole, proveniente da quel negozio di cianfrusaglie, che catapultò Geremia indietro nel tempo.

Di colpo con la mente tornò alla primavera del 1955, il periodo più significativo della sua vita.

Proprio allora i suoi nonni, coloro che si erano occupati di lui in quei suoi primi cinque anni di vita, erano morti in un incidente.

Anche adesso, dopo sessantasette anni, ricordava perfettamente quel giorno in cui sua madre, seria e compita come sempre, gli aveva annunciato che, a causa di quella brutta situazione, lui avrebbe dovuto lasciare quella casa, il posto dove aveva sempre vissuto.

Geremia capì solo diversi anni più tardi che la brutta situazione alla quale sua madre si riferiva era quella terribile carestia che li aveva colpiti già molto tempo prima, ma che solo in quella occasione aveva iniziato a farsi sentire.

A causa di quella carestia sua madre e suo padre non furono in grado di prendersi cura di lui, così Geremia fu trasferito in un istituto che si occupava di ragazzi nella sua stessa situazione.

Non che lì ci fosse tutto ciò che era necessario per la crescita di un bambino; la carestia si faceva sentire anche lì.

In quel posto però tutto era organizzato in modo da usare quel poco che c’era per sopperire a quel tanto che mancava.

Gli anni passarono fra alti e bassi, fra momenti abbastanza sereni e altri nei quali quella persistente carestia si faceva ancora sentire.

Nel mentre vide i suoi genitori in rarissime occasioni.

Ogni volta si presentarono a mani vuote, sopraffatti come erano da quella perenne carestia, che evidentemente a casa loro era sentita più che altrove.

In quel luogo protetto Geremia completò i suoi studi, fino a quando giunse il momento di tuffarsi nel mondo esterno.

Non fu facile; non era abituato e fuori da quell’area protetta, quella terribile e infinita carestia risultava insopportabile.

Studiò molto Geremia, studiò con impegno, si laureò e poi trovò un ottimo lavoro.

Ma sopraffatto da quella carestia che aveva sempre caratterizzato la sua vita, abituato com’era a non aver niente da offrire a nessuno, non riuscì a circondarsi di qualcuno che condividesse con lui le proprie giornate.

In men che non si dica, aveva accumulato settantadue primavere e ora si trovava lì, solo come sempre, davanti a quel negozio di cianfrusaglie.

Inspirò ancora quell’odore di vecchio, pungente ma gradevole.

Ne fu inebriato; non riuscì a resistere ed entrò.

Ad accoglierlo Clara, l’anziana proprietaria.

Lo fece accomodare; gli offrì una tazza di tè e un po’ di compagnia.

Chiacchierarono per ore, confrontando le loro storie di vita.

Anche lei, a suo tempo, era stata schiacciata dalla medesima, terribile carestia e, non avendo avuto per questo niente da offrire agli altri, adesso si ritrovava a trascorrere le sue giornate da sola.

Mentre Clara parlava, Geremia la osservava rapito; adesso si sentiva finalmente sereno, capito e non più solo,

Era soddisfatto di quella giornata.

Più tardi lei lo salutò, dandogli appuntamento al giorno successivo.

Prima di andarsene Germania inspirò profondamente ancora una volta; adesso aveva bene in mente cosa gli ricordava quell’odore pungente ma gradevole.

Chiuse gli occhi e per un istante rivide la casa dei suoi nonni, gli unici che gli avevano dato un po’ d’affetto, gli unici che avevano avuto dei sentimenti nei suoi confronti, prima che venisse attanagliato da quella terribile e lunghissima carestia.

Poi salutò con un sorriso.

“A domani Clara.”

“A domani Germania”, rispose lei.

Finalmente sentì che quella tremenda carestia era finita.

di Silvia Taccagni

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