WEN -CARESTIA – Ghiande – Terza Agnoletti

Sul giornale, in prima pagina: SCARSEGGIA LA FARINA

Brutto titolo, inelegante, poco musicale.

Appena l’ebbe pensato, si sentì stupido. Eleganza?! Musica?! Fame!!! Il titolo era dissonante solo perché il fatto era presentato come la novità del giorno, invece erano mesi che il cibo scarseggiava e si aveva notizia di bambini morti per malnutrizione… “Gli anziani resistono meglio, – pensò – perché hanno un metabolismo più lento e non hanno bisogno di molte calorie. “

A proposito di anziani, gli tornò in mente una frase che i suoi nonni usavano ripetere:

In tempo di carestia è buono anche il pan di vecce.

Aveva un significato metaforico, però da ragazzo aveva fatto una ricerca sul dizionario per capire se le vecce esistevano davvero e aveva scoperto che erano piante spontanee, che lui tradusse come erbacce, che producevano piccoli semi neri. Naturalmente, come tutti i semi, erano ricchi di sostanze nutritive, ma forse sgradevoli per il palato. Però… Quando il buon cibo scarseggia, forse bisogna adattarsi.

Rientrò sua moglie, che era andata a fare la spesa. Era in compagnia del coinquilino più anziano. Parlò lei per prima:

“Gli scaffali del supermercato erano vuoti. Carne, verdura, frutta: niente! Solo mezzo chilo di pane. Se arriveranno i rifornimenti, troveremo qualcosa martedì. In casa ho molte patate e un po’ di affettato, cercheremo di farcela.”

La guardò con attenzione e si rese conto di quanto era dimagrita.

Intervenne l’ospite:

“Vieni con me, andiamo per ghiande!”

“Come?”

“C’è quel boschetto vicino al tabernacolo del Trecento, andiamo a raccogliere ghiande. Mia moglie ha trovato due o tre ricette per cucinarle. Sono molto nutrienti.”

“Ma è cibo da porci!”

“Certo! In tempi lontani, però, furono utilizzate anche per l’alimentazione umana.”

L’ometto sembrava allegro come se avesse proposto uno spettacolo teatrale, perciò sentì il bisogno di raffreddare quella specie di entusiasmo.

“Non siamo troppo egoisti a pensare solo a noi stessi?”

“No !– replicò facendosi serio –  Noi sperimentiamo, poi proponiamo alla comunità una raccolta nei boschi della collina per un’integrazione al poco cibo che possiamo acquistare. E in autunno castagne. I boschi sono abbandonati, ma è l’ora di tornare a curarli.”

Una lunga pausa.

“Vieni con me!”

“Non commettiamo un abuso?”

“Raccogliamo quelle che sono cadute e cogliamo quelle dei rami più bassi. Nessun danno alle querce.”

“Sei sicuro che siano commestibili?”

“Sì, – intervenne la moglie – mia nonna mi raccontava che in tempo di guerra le tostavano e le macinavano per  fare il caffè. Quando abbiamo svuotato la vecchia casa di campagna ho conservato il tostino per ricordo.”

Si alzò in piedi, convinto ormai che i due non avrebbero smesso di infastidirlo. Meglio andare all’aria aperta.

“Vengo anch’io! – disse la moglie – Non ho verdura. Voglio cercare qualcosa sulla sponda del ruscello. Conosco la cicoria selvatica.”

“Brava! – disse il vicino – Anche il tarassaco va bene. Sai qual è? Quello che fa i fiori gialli e poi i soffioni e che in campagna chiamano piscialletto, perché è un po’ diuretico.”

Quei due erano incredibili. Da dove erano usciti? E l’uomo continuava:

“Ci sono state brutte carestie anche in passato, eppure l’umanità è sopravvissuta!”

“Però è stata decimata!” pensò lui, ma non lo disse.

Intanto la moglie aveva portato due vecchi panieri, forse salvati anche quelli dallo svuotamento della casa di campagna. Uscirono, uno depresso e due quasi felici, tutti e tre affamati, di quella fame che quando è cronica non la senti nello stomaco, ma piuttosto nella testa.

di Terza Agnoletti

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