Aveva deciso che non si sarebbe alzata dal divano. La vita là fuori era troppo calda. Negli ultimi tempi, costretta a uscire per andare al lavoro, non riusciva a respirare. La città la soffocava: i gas delle code di auto ai semafori; l’odore di sporco dai finestrini; il freddo finto del condizionatore. Ora, però, aveva un mese di ferie. Nessuna vacanza in programma. Nessuna attesa al check-in. Nessuno schiamazzo da ombrellone. Nessun selfie davanti alle Tre cime di Lavaredo.
Il suo mese di ferie lo avrebbe trascorso sul divano: aveva Bordelli, Charitòs, Montalbano, i vecchini del BarLume e la commissaria Teresa Battaglia. Aveva un soggiorno esposto a nord che, a persiane chiuse, si manteneva fresco.
Aveva il frigo pieno.
Trascorreva le giornate in pigiama, con i personaggi dei suoi libri. Nessun telegiornale a raccontarle il mondo. La tv spenta. Il cellulare chiuso nel cassetto del comodino.
Non le mancava niente. Riposo, tranquillità, altre vite da vivere attraverso le pagine.
Si alzava dal divano solo per andare in bagno, o in cucina a prendere cibo da consumare in salotto. Troppa fatica accendere i fornelli. E troppo caldo. Aveva cominciato con frutta e verdura fresche, lasciando per ultimi gli alimenti confezionati: così il lockdown le aveva insegnato.
Quando iniziò a sentire il desiderio di albicocche, si accontentò di quelle disidratate che conservava per i suoi spuntini in ufficio. Se, leggendo di crimini mediterranei, le veniva voglia di pomodori e mozzarella, si rassegnava ad un pezzo di formaggio stagionato spalmato di salsa. Ceci, piselli, fagioli: di contorni in scatola ne aveva abbondante scorta. Così come di cracker, gallette, taralli.
Finalmente le sue ferie ideali.
Un giorno, però, si svegliò prima del solito. Dalle finestre aperte sentì entrare un profumo che non impiegò molto a riconoscere. Era lo stesso delle mattine d’estate, quando la nonna la mandava a comprare il pane. Appena svoltato l’angolo, iniziava a sentire l’aria diventare più dolce. Tornata a casa, la nonna le faceva scegliere una michetta e gliela riempiva di prosciutto cotto preso fresco alla cooperativa. La cucina si riempiva di buono.
Ma in casa non aveva né pane né prosciutto. Provò a distrarsi con le pagine del commissario Bordelli, alle prese con l’ennesimo tentativo di ridurre il fumo. Si sentì anche lei come chi, a fine giornata, accende quella sigaretta di troppo. Il fiato corto e la bocca impastata. Nelle narici la merenda dell’infanzia. Si alzò dal divano e andò in cucina a prendere pancarré e maionese. Poi tornò a sedere. Addentò quelle fette che sapevano di finzione. Usò la fantasia per tornare a un passato pieno di cose vere. Ma il palato le rimandava sensazioni acide e appiccicose.
Le venne voglia di acqua fresca. Di aria fresca. Aprì il rubinetto e, con il bicchiere in mano, uscì sul balcone. Si appoggiò alla ringhiera guardando nel vuoto: il campanile, il campo di patate, la pianta di fichi; un palazzo di dodici piani, il cavalcavia dell’autostrada, la ciminiera della fabbrica di detersivi. Tempi che si incrociavano e panorami che si sovrapponevano. Bevve l’acqua tutta d’un sorso e distolse lo sguardo. Rientrò in cucina, posò il bicchiere e, a passi svelti, ritornò in salotto. Indugiò appoggiata alla spalliera del divano: in camera era appeso, ancora col cartellino, quel vestito sbracciato, a fiori verdi e rosa, comprato prima delle ferie. Non si lasciò tentare. Tenne gli occhi fissi alla finestra, verso la strada dove le campane suonavano già mezzogiorno. A quell’ora c’era Il Pranzo è servito. Lo guardava sempre con la nonna. Trovò il telecomando sotto i cuscini e si buttò di nuovo sul divano. Forse quella fame si sarebbe placata.

di Elena Lampugnani

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