Ho sempre pensato che il problema della carestia, della “fame”, riguardasse i popoli sottosviluppati, analfabeti, in parole povere: ignoranti.
Impegnati solo a scannarsi tra loro, invece di risolvere in concreto problemi comuni.
Invece, con tutta la nostra istruzione, la nostra tecnologia, le nostre fallimentari politiche ambientali, adesso è toccata a noi.
Sono tre anni che non piove, non un acquazzone decente in tutta Italia.
Il vecchio Giacomo si rigirò nella mano il pomodoro seccato sulla pianta, dalle pendule foglie ingiallite, e lo mise in tasca.
Tutto fa.
Srotolò la gomma per annaffiare e la posizionò alla base delle radici, accese quindi la pompa alimentata da un pannello solare. Il motore emise un leggero ronzio e lui restò con gli occhi incollati sul tubo in attesa di un miracolo che neanche quel giorno avvenne: sul terreno colò uno sputo verdastro, poi basta.
«Prima o poi lo farai bruciare codesto motore!» lo rimproverò la moglie Anna affacciandosi sull’uscio.
«Ma vai al diavolo…» biascicò a voce bassa. Si affrettò comunque a spegnere.
In fin dei conti, non ha tutti i torti.
A passo lento si avviò verso casa, una villetta che un tempo era stata motivo di vanto per Anna, per il bel giardino rigoglioso che aveva curato maniacalmente.
È bruciato tutto: i cespugli di rose, le ortensie, persino le due agavi a guardia dell’ingresso principale si sono arrese, e se ne stanno rinsecchite e dure come cuoio accasciate sul marciapiede.
Al posto del prato, solo terra polverosa e crepata e qualche erbaccia dalla resistenza eroica.
Il vecchio si passò la lingua sulle labbra, dalla tasca tirò fuori un sassolino grigio, piatto e arrotondato, ficcandoselo in bocca.
Terrà a bada la sete per un po’.
A fine ottobre faceva caldo come il quindici di agosto.
Lo stomaco barbugliò, ricordandogli purtroppo che l’ora del pranzo era ancora lontana.
Che pranzo poi! Una scatoletta di fagioli divisa in due e un bicchiere d’acqua a testa.
Osservò le braccia rinsecchite che sbucavano dalla maglietta a mezze maniche, le giunture nodose, la peluria che ricopriva la pelle flaccida, arruffata come un peluche passato tra le zampe di un gatto incazzato, la pelle delle cosce che tremolava a ogni passo.
Sembro uno di quei profughi dei campi di concentramento alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Maledizione ho fame! Quanto pagherei per una bella focaccia tiepida ripiena di mortadella!
Lo stomaco brontolò ancora, facendo eco a quello della moglie ancora sulla soglia.
«Forza Giacomo spicciati, altrimenti faremo tardi.»
Lui le rivolse un’occhiata in tralice.
«Finché non suonerà la sirena inutile avviarsi.» Fece spallucce e la scostò per entrare in casa. Posò il magro bottino sul tavolo: due pomodori secchi e duri, tre baccelli scuri, una cipolla avvizzita.
Gli occhi di lei s’illuminarono.
«Con l’aggiunta di qualche fagiolo, potremo farci il brodo!»
«Facci cosa ti pare, quel che manca è la sostanza.»
«Dai avviamoci, quelli che arrivano prima si prendono i pacchi umanitari migliori.»
«Sono uguali per tutti, credi a me.» Caricò le taniche per l’acqua sulla cariola e raggiunse la moglie con le chiavi in mano.
«Andiamo.»
Per la strada incontrarono altri come loro, curvi e grigi, chiusi nei loro pensieri.
In piazza il tir era già arrivato. Si incolonnarono in una delle file e salutarono con un cenno quelli che conoscevano.
L’attenzione di Giacomo fu catturata dalle insegne delle botteghe sprangate: panetteria, macelleria e pasticceria. Ricordi banali, ma che in quel momento gli parvero felici, gli balzarono alla mente, assieme alla consueta domanda: sarebbero mai tornati a un’esistenza normale?

di Laura Gronchi

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