WEN – CARESTIA – Un’antica leggenda romagnola – Milena Beltrandi

«Domani passerà l’esattore, come faremo? Non abbiamo abbastanza denaro!»

«Senza soldi non potremo affrontare un altro inverno, non posso stare a guardare, sono il capo, donna, devo proteggere il villaggio devo andare a parlare con il Signorotto!»

«Temo per i ragazzi: se non paghiamo costringeranno i giovani maschi a servire nella milizia, saranno mandati in guerra, ti prego marito, pensa a loro. Forse ci conviene pagare.»

«Sono sicuro che Sua Eccellenza capirà e lascerà questi pochi denari al villaggio! Andremo domani: il fabbro, il guaritore e io, saremo di ritorno prima di sera» disse l’uomo.

La donna tornò al suo lavoro, strizzò due libbre di latte fermentato tra le tele di lino per far uscire il caglio e dare una forma rotonda all’alimento che riusciva, così, a mantenersi a lungo. L’appoggiò accanto alle altre forme gocciolanti sul ripiano, le coprì con un telo asciutto e uscì nell’aia. Prese l’otre di pelle di pecora e si incamminò svelta verso il fiume per riempirlo d’acqua fresca.

Mentre la pelle conciata si riempiva d’acqua sentì il rumoreggiare del gregge in arrivo e tra i belati colse le voci allegre delle pastorelle del villaggio. Stava per riprendere il sentiero del ritorno in loro compagnia quando un sordo rumore l’allarmò, spinse le bambine a guidare le pecore al villaggio e chiuderle nel recinto sotto la tettoia, mentre lei cercava di cancellare le tracce del loro passaggio.  Chi fosse in arrivo non aveva importanza ogni straniero a cavallo che giungesse da oltre il bosco era un nemico, qualcuno che poteva ucciderli, saccheggiare il villaggio, bruciare i campi.  

Urlando ordini agli uomini il capo villaggio preparò la difesa del poco che avevano, raggruppò le fascine di legna e di fieno, le donne portarono oche e galline nell’unica stalla con i maiali e le mucche. Gli anziani e i figli che, per la loro fragilità e bellezza, potevano essere oggetto di violenza da parte dei briganti, nascosti nella capanna più lontana che fu poi camuffata con le fascine e i covoni. Ebbero appena il tempo di armarsi di forcali e bastoni che un’orda di dieci uomini a cavallo attraversò il villaggio senza fermarsi, travolse alcuni focolai rovesciando i paioli e il loro contenuto.

«Soldati! Andranno al castello, presto ne arriveranno altri: salviamo le nostre scorte, non possiamo sopportare un altro saccheggio, vorrebbe dire carestia, coraggio!» disse il capo villaggio.

Il figlio del fabbro prese una vanga e scavò dietro casa una buca lunga e profonda solo un metro, ci saltò dentro e pressò la terra con i piedi velocemente, ci stese del fieno secco per isolare il cibo dalla terra nuda e appoggiò sul fondo i formaggi che aveva, un pezzo di carne salata e le mele che aveva raccolto nel bosco, aggiunse uno strato di fieno e ricoprì, pestando intorno per nasconderne le tracce. Tutti seguirono il suo esempio, alcuni scavarono fosse all’interno delle baracche stesse. Le troppe scorribande di soldati e briganti li avevano spesso lasciati senza cibo e l’ultima carestia aveva portato via diversi abitanti: vecchi più deboli e bambini troppo piccoli per superare un inverno senza cibo.

La disperazione di perdere ancora i frutti del loro lavoro aguzzò in loro l’ingegno. L’esercito, ospite del signore di Forlì, Girolamo Riario, quando il cibo al castello cominciò a scarseggiare andò a cercarlo nelle campagne, requisendo tutti gli animali. I contadini si nutrirono di erbe e tuberi per mesi, ma quando l’esercito se ne andò, dissotterrarono le provviste e scoprirono che il loro formaggio era diventato più consistente, aveva un colore più scuro ed era più saporito.

Questa forse è una leggenda o una storia vera, non so dire, una cosa è certa: da allora si parlò dell’esistenza di un formaggio speciale, chiamato formaggio di fossa, una delle tante bontà gastronomiche offerte ancora oggi dalla Romagna.

Formaggio di fossa

di Milena Beltrandi

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