
“Il male e la paura sono gemelli siamesi.”
(Zygmunt Bauman)
Eravamo in viaggio sulla route 66, notte fonda, il nastro nero dell’asfalto veniva divorato dalla nostra decapottabile rossa, il vento nei capelli, il concerto infinito delle cicale, le stelle sopra di noi che luccicavano come diamanti su un panno di velluto nero.
Una mano sul volante e una che stringeva il ginocchio di Laura. Il più bel viaggio della nostra vita. L’ultimo.
Improvvisamente la vedemmo: un’enorme insegna che pubblicizzava un cinema drive-in a poche miglia di distanza.
“Ma non ci credo,” disse Laura, “da noi sono scomparsi da tempo!”
“Che fico! Ancora mi ricordo di quando andai con i miei a vedere Incontri ravvicinati del terzo tipo, magia!”
“Ci andiamo Marco?”
“Ma sarà aperto a quest’ora?”
“Proviamo, dai.”
Ci scambiammo un sorriso e come due ragazzini al parco giochi non vedevamo l’ora di arrivare al drive-in.
L’insegna costituita da neon blu era accesa solo in parte, il cinema si chiamava “Majestic”, le lettere funzionanti lo trasformavano in: M J stic. In programma c’era la proiezione del film: “La notte dei morti viventi”, un vecchio horror del 1968.
“Un po’ antiquato, l’avrò visto almeno cinque volte,” le dissi.
“Il drive-in è il drive-in. Guarda dice che la rappresentazione è continua per tutta la notte, fico!”
Pagammo il biglietto ed entrammo. Sembrava di essere tornati agli anni’60: tante auto old style e altoparlanti gracchianti da apporre sugli sportelli. Ci sistemammo su una delle collinette artificiali fatte apposta per godersi meglio lo spettacolo.
Il film era circa a metà quando iniziarono ad accadere fatti strani. Dall’auto blu vicina a noi intravidi un viso che non avevo nulla di umano: orecchie a punta, occhi gialli da gatto e due zanne sporgenti sulle labbra livide.
“Ehi!” esclamai, indicando verso l’auto. Nei pochi attimi in cui Laura volse la testa verso i vicini il viso spaventoso scomparve.
“Cosa?” mi chiese Laura.
“Scusami, mi sembrava si aver visto una cosa strana in quell’auto…”
“Marco, ti stai facendo impressionare dal film? Non mi dire che te la stai facendo sotto, eh?” mi disse ridendo.
Dopo qualche minuto, con la coda dell’occhio vidi qualcosa che si muoveva, mi girai di scatto: delle saracinesche stavano salendo lungo tutto il perimetro del cinema. Là dove prima c’erano cespugli e alberi adesso venivano sostituiti da pareti di metallo.
Delle luci stroboscopiche e faretti da discoteca iniziarono a muoversi ritmicamente spazzolando l’arena con luce forte e colorata.
“Ma che cavolo…?” esclamò Laura, basita quanto me.
Dalle auto iniziarono a riversarsi fuori gli occupanti, fino ad adesso nascosti dal proprio abitacolo. Laura partì con urlo più forte di una sirena di un allarme.
Zombie di varie tipologie arrancavano sul terreno polveroso trascinando gambe scheletriche con pantaloni a brandelli. Puntavano le braccia insanguinate verso la nostra auto. Urlai anche io e iniziai ad armeggiare con le chiavi per avviare l’auto. All’inizio senza successo, mi tremavano troppo le mani, poi alla fine ci riuscii.
“Usciamo subito da questo posto!” urlò Laura unendosi ai gemiti che facevano tutti quegli esseri. Sgommai e travolsi una decina di quei cadaveri ambulanti, pezzi di carne e vestiti imbrattarono il cofano dell’auto. Arrivai all’entrata, ma davanti a noi c’era solo un enorme muro di metallo.
Io e Laura ci guardammo negli occhi, ci abbracciammo forte e… iniziammo a strillare. Le urla si confondevano con il coro straziante dei morti viventi, il loro fetore nauseante ormai tutto intorno a noi. Non c’era via di fuga. Il muro di metallo era invalicabile, le pareti sembravano crescere davanti ai nostri occhi, come se ci inghiottissero lentamente.
Provammo a muoverci, ma i nostri corpi erano rigidi, pesanti, come se fossimo diventati parte della pellicola stessa: i nostri vestiti erano in brandelli; mi guardai le mani e vidi dita viola e ammuffite.
Gli zombie si avvicinarono di più, ma questa volta non sembravano minacciosi. Non più.
Il rombo di un motore dietro di noi ci fece voltare. Un’altra macchina stava entrando nel drive-in. Due giovani, sorridenti, ignari di tutto, stavano parcheggiando al centro dell’arena. Lo spettacolo era appena cominciato… di nuovo.
Adriano Muzzi

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