Da amante il foco con le dita avvolge
Il ceppo che s’indora e quindi avvampa,
Così l’anima mia, di cure[1] stanca,
Ride al sorriso che ‘l tuo labbro porge
E spera che mai più quel rosso riso
E questa gioia calda che la invade
Si perdan come foglie nelle strade,
Cenere d’un bivacco condiviso.
Così, signore, se davver m’amate,
Siate diaspro che non si consuma,
Porto sicuro a vele ammainate
Ove legno non teme onda né bruma.
Di nostra vita il mare più non si cèla:
Scafo e timone tu ed io la véla!
Di Miriam Ticci

Schema metrico: Sonetto di tipo Shakespeariano composto da tre quartine di endecasillabi a rima incrociata nelle prime due quartine, alternata nell’ultima, e un distico finale a rima baciata.
[1] Cure: alla Latina= preoccupazioni, affanni.

Rispondi