WEN – DANZA – L’incanto della Basse Danse – Gabriella Zonno

Milano, anno 1455. La città viveva un periodo di prosperità sotto il governo di Francesco Sforza. Il Castello Sforzesco, con le sue alte torri e le stanze maestose, era il cuore pulsante della vita culturale milanese, e nelle sue sale riecheggiavano costantemente le voci di musicisti, pittori e studiosi. In quei giorni si preparava una grande festa in onore dell’arrivo di un ospite d’eccezione: Domenico da Piacenza, rinomato maestro di danza, che aveva recentemente pubblicato il suo trattato *De arte saltandi et choreas ducendi*. L’annuncio del suo arrivo aveva destato grande entusiasmo a corte: si diceva che Domenico avesse un talento straordinario, capace di trasformare la danza in un linguaggio universale e armonioso, in cui i movimenti dei corpi erano come i versi di un poema.

La notte della festa, il Castello brillava di luci e di colori. I grandi saloni erano decorati con ricchi arazzi che raccontavano scene di battaglie e miti antichi, e sulle tavole erano disposti vassoi colmi di frutti esotici, dolci e vini preziosi. Le candele illuminavano i volti degli invitati, che si muovevano tra la sala e le terrazze con i loro abiti sontuosi, di velluto e seta, e le maschere finemente intarsiate. Nobili e dame conversavano animatamente, mentre i giovani della corte guardavano la pista da ballo con impazienza.

Tra di loro, una giovane donna si distingueva per la sua grazia discreta: Cristina, figlia di un piccolo signore del contado milanese. I suoi capelli erano intrecciati con nastri di seta verde, a richiamare il colore degli occhi, e il suo abito, semplice ma elegante, la faceva apparire come una figura eterea in mezzo a quella folla sgargiante. Cristina non era abituata a eventi così grandiosi, ma era stata invitata per la sua bellezza e per la fama di abile danzatrice.

Finalmente, l’ingresso di Domenico da Piacenza interruppe il mormorio crescente degli invitati. Il maestro si presentò con un’eleganza sobria, indossando una veste scura e senza ornamenti. I suoi capelli brizzolati e gli occhi attenti e profondi attiravano l’attenzione di tutti. Con un sorriso gentile, fece un inchino rispettoso e iniziò a parlare.

«La danza» esordì, con una voce calma e profonda, «non è un semplice passatempo o una frivola distrazione. Essa è, anzi, l’armonia dell’universo resa visibile. Ogni passo, ogni gesto, ogni sguardo è parte di un ordine perfetto, come le stelle che disegnano il firmamento. Il mio scopo, questa sera, è di mostrarvi come muoversi in sintonia con quest’armonia».

Gli invitati si scambiarono sguardi curiosi. Non avevano mai sentito parlare della danza in termini così elevati. La maggior parte la considerava un semplice divertimento, un’occasione per sfoggiare la propria grazia o per attirare l’attenzione di un potenziale sposo o sposa. Ma il discorso di Domenico li intrigò, portandoli a guardare il ballo sotto una luce nuova.

Quando il maestro chiese dei volontari per una dimostrazione, un breve momento di esitazione percorse la sala. Poi, con un lieve sorriso e un cenno a Ludovico, Cristina si fece avanti, e il giovane la seguì. Domenico li osservò con sguardo esperto, notando la leggerezza nei movimenti di lei e la fierezza composta di lui, e approvò la loro scelta con un sorriso.

«Questa è una “basse danse” spiegò Domenico, muovendo i primi passi con una grazia che pareva sospendere il tempo. «È una danza che celebra la misura, la lentezza e la precisione, dove ogni gesto si fonda in un equilibrio perfetto. Non c’è fretta, non c’è eccesso. Solo pura armonia».

Caterina e Ludovico osservarono i passi con attenzione e iniziarono a seguirlo, incerti all’inizio, ma presto trovando un ritmo che li univa in un’intesa silenziosa. I movimenti di Caterina erano leggeri e fluidi, come se il suo corpo seguisse una musica interiore. Ludovico si muoveva con sicurezza accanto a lei, guidandola con discrezione, senza mai interrompere la linea dei loro gesti.

Mano nella mano, con le dita che si sfioravano appena, si muovevano come due pianeti in un’orbita perfetta. Quando i loro occhi si incontrarono, un’intesa muta passò tra loro, un sentimento che non aveva mai avuto modo di emergere prima, ma che in quei movimenti trovava la propria espressione più vera e sincera.

Al termine della danza, gli invitati applaudirono con entusiasmo, e Domenico si avvicinò a loro. “Voi due siete l’incarnazione di ciò che io tento di insegnare,” disse sottovoce. “La danza è l’arte dell’incontro, del dialogo, dell’avvicinarsi senza toccarsi mai del tutto. E voi avete mostrato a tutti che, anche nel silenzio, il corpo può dire molto più di mille parole.”

Caterina e Ludovico si guardarono, entrambi consapevoli di aver condiviso qualcosa di unico. Quella notte, la danza aveva rivelato loro la profondità di un sentimento che fino ad allora era rimasto sopito, dando inizio a un amore destinato a crescere come un fiume tranquillo, ma profondo.

Gabriella Zonno

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