
Tutti conoscono la fiaba di Cenerentola, di come lei fuggì dal gran ballo organizzato dal Sovrano e di come perse la scarpetta che poi permise al Principe di ritrovarla e di convolare con lei a nozze.
E vissero a lungo felici e contenti.
Qualcosa di simile è capitato anche a me (a parte il finale).
Quando avevo vent’anni, con ragazzi e ragazze della stessa età, si usava per poter ballare, ritrovarsi di sabato pomeriggio a turno a casa di qualcuno della compagnia, che aveva la possibilità di ospitarci in una sala abbastanza grande.
Non eravamo però mai più di dieci o dodici.
Allora non c’erano ancora le discoteche o almeno non erano ancora di moda.
Ci si trovava verso le quattro, quattro e mezza.
I genitori del ragazzo o della ragazza che ci ospitava, dopo averci preparato un piccolo buffet, con qualche bibita e qualche salatino (niente alcolici), ci mettevano a disposizione l’appartamento e uscivano per andare al cinema o per una passeggiata.
Si metteva in funzione un giradischi sul quale si alternavano le novità del momento e si ballava.
Twist, rock, e … soprattutto, i balli del mattone.
Quando, verso le sette, sette e mezzo i genitori tornavano, dopo i doverosi saluti e ringraziamenti ai matusa (allora chiamavamo così i genitori degli altri), la compagnia si scioglieva e tutti tornavano alle loro case.
Una volta, era stato il mio turno di ospitare la compagnia danzante, quando tutti se ne erano andati e stavo rimettendo a posto la stanza, trovai su una poltrona fra il cuscino e la sponda, un braccialettino.
Era un cerchietto d’oro (d’oro?) sormontato da una graziosa coccinella di cristallo.
Indubbiamente qualcuna delle mie ospiti, sfilandoselo dal polso, che doveva essere molto esile, lo aveva perso o dimenticato.
Se fossi stato un Principe, avrei incaricato il mio Ciambellano di individuare la ragazza che lo aveva perduto provandolo sul polso delle mie ospiti.
Ma non ero un principe e non ho mai avuto un ciambellano, e così, prosaicamente mi limitai, il giorno dopo, a telefonare alle cinque o sei ragazza che avevano partecipato al pomeriggio danzante a casa mia, chiedendo loro se avevano perso il braccialettino.
Telefonai per ultima alla ragazza che, per la sua figurina minuta e delicata mi sembrava la più plausibile proprietaria del braccialetto.
Fra l’altro era quella per la quale provavo qualcosa di più di una semplice simpatia.
E lei mi disse che, effettivamente, non trovava più il suo braccialetto.
Inforcai la bicicletta e, con poche pedalate fui sotto casa sua.
Suonai al citofono e dopo pochi secondi lei mi rispose <<Sali pure, sto al quinto piano >>
Era un fabbricato degli anni cinquanta, senza ascensore!
Mi inerpicai, ansimando, fino al quinto piano e la trovai sulla porta che mi aspettava.
<<Ciao grazie di essere venuto >> mi disse baciandomi affettuosamente sulle guance <<Entra. I miei sono fuori. Ti ho preparato il the>>
Mi condusse nel salotto e mi fece sistemare su un comodo divano.
<<Aspetta>>mi disse<<Vado a prendere il the>>
Tornò poco dopo con un vassoio su cui aveva sistemato la teiera fumante, la zuccheriera, due tazze e un piattino di biscotti.
Posò il vassoio su un tavolino, versò il the e venne a sedersi sul divano accanto a me.
<<Aspettiamo che si raffreddi>> mi disse.
Io le presi la mano e, delicatamente, le infilai al polso il braccialettino.
<<È proprio il tuo. Sono stato anche dalle altre ragazze che c’erano ieri sera>>mentii scherzando<<ma a nessuna sono riuscito a metterle al polso il braccialetto. Soltanto a te calza così bene >>
<<Bugiardo>>mi disse guardandomi con un sorriso malizioso <<Avevi capito subito che il braccialetto era il mio e sei venuto direttamente da me. Vero? >>
E con tacita intesa ci abbracciammo e ci scambiammo un dolce e lunghissimo bacio.
Lunghissimo? Quanto lungo?
Beh, quando finalmente ci sciogliemmo dall’abbraccio, il the era ormai freddo.
Brunetto Magaldi

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