WEN – DENUNCIARE – Voragine – Rosalba Nola

Voragine, ti sono amica.

Viaggiamo insieme, puntando verso la luce del mio mare.

Non starò con te fino alla fine ma tu sei stata un inizio.

 

Sono passati sette anni da quando l’ho incontrato.

Sette anni di passione di rabbia di lacrime. Felice io come la dea Tiche, disperata come Niobe, la regina di Tebe.

Non voglio puntare il dito contro le sue prevaricazioni. Preferisco lasciar circolare. Circolare!

Ora riesco a visualizzare la situazione come una scenografia mélo portata via dalla corrente di un fiume in piena. Son rimasti solo stracci stinti, destinati a incagliarsi in qualche canneto e finire a brandelli su una roccia appuntita.

Ritornando alla sostanza della realtà che ho vissuto posso dire che il picco della sua violenza nei miei confronti è stato il suo reiterato abbandono. Accadeva sempre dopo un litigio che lui stesso aveva studiato a puntino: mi attaccava con provocazioni verbali per ferirmi, usando informazioni tratte dai racconti delle mie difficoltà, delle mie fragilità. Per sminuirmi. Per farmi credere che ero una pazza, che dovevo curarmi. Reagivo, tentavo di difendermi poi lo invitavo a cessare il fuoco. Gli proponevo di lasciar perdere, di passare ad altro. -Dai usciamo, facciamo insieme qualcosa di bello – Allora diceva che l’avevo offeso e insultato e che basta non si poteva più continuare a stare insieme.

E innescava un silenzio punitivo che riusciva a svuotare il senso delle cose e mi faceva regredire alle paura originaria dell’abbandono, lasciandomi completamente prosciugata. Raccoglieva le sue cose e saliva sul treno per ritrovare la sua Itaca, a soli dieci minuti di distanza.

Ogni volta diventavo la naufraga in cerca di un porto sicuro. Procedevo con passo incerto nutrendomi di uscite con gli amici, cercando di impegnare senza tregua tutto il mio tempo.

Intanto poteva bombardarmi di brani musicali, videochiamate e sms a tutte le ore, con richieste banali come fossi una semplice conoscente. Non gli rispondevo mai, a volte lo bloccavo ma per lo più non eliminavoil suo numero di contatto.

Ricompariva, si ripresentava a scadenze regolari per riprendere il suo posto nel mio letto, nella mia anima affamata e contraddittoria. Lo schema, tossico da entrambe le parti, germinava dalle nostre solitudini, dal desiderio, dall’angoscia di riempire a tutti i costi un vuoto devastante.In tutto quel marasma c’era la chimica dei nostri corpi allacciati, il ritmo delle nostre chiacchiere, il cibo condiviso. E così ripartiva il loop.

Nessun carnefice e nessuna vittima all’orizzonte. Ora posso serenamente affermare di essere stata una complice. Aprendogli sempre la porta di casa ho scelto di entrare in quel ciclo nefasto. Adesso mi riconosco allo specchio per quello che sono veramente : una mortale di luce e di ombra. Mi vedo camminare dritta anche se ancora non so dove il flusso del presente mi farà arrivare.

Ora respiro, non c’è altro.

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