
Ripetuti squilli del telefono irruppero nell’aria di una afosa mattina di luglio.
«Corri. Il ristorante è in fiamme» il grido disumano, poi il silenzio.
L’uomo si precipitò nell’auto che schizzò via al primo giro del motore, al fischio delle gomme fece una serpentina.
Colonne di fumo in lontananza lo spingevano a guidare stordito: semafori, precedenze, stop, non esistevano. “Com’è possibile che il fumo provenga dal mio ristorante? IL fuoco avrà invaso l’edificio accanto. Marco si è sbagliato.”
Il bagliore delle fiamme tingeva di rosso il cielo, si rifletteva nei vetri delle finestre, sui muri delle case. Sterzò davanti a una cappa di smog color porpora, davanti a gente muta, gli occhi intrappolati in quella tragedia. La fronte pareva sciogliersi, i piedi ardere sul terreno infuocato. Avrebbe voluto avanzare ma la forza delle fiamme glielo impediva.
Una squadra di pompieri lottava contro il fuoco con idranti a muro e soprasuolo. La pattuglia della polizia posizionava transenne, si sbracciava per allontanare i curiosi. Fasce di fumo avviluppavano il tetto del locale. L’insegna Il Ciociaro crepitava nella elegante Prati. Cominciò a catapultarsi.
«Oh mio Dio» Lorenzo piangeva, il cuore rimpicciolito dentro il pugno di un bambino.
«Marco. Marco. Marco Calligari» urlava. Tentò di andare a cercarlo. Incontrò lo sguardo di un vigile che, da dietro la visiera, gli intimò di fermarsi. Tommaso, il rivenditore di pneumatici in fondo alla strada, gli corse incontro. «Non entrare, è pericoloso. Il fuoco è dappertutto» disse.
A Lorenzo bruciavano gli occhi, tossiva, sputava saliva nera. Frammenti di gomma colavano giù dal naso.
«Dov’è Marco? L’hai visto?» chiese a Tommaso.
«Mi dispiace. Forse il troppo caldo» l’uomo ripeteva.
«Dov’è Marco?» gridò con la voce strozzata dallo smog.
«Il signor Calligari è in ospedale. Il fumo stava per soffocarlo. Per fortuna un vicino è riuscito a vederlo dentro nuvole di nebbia, lo ha trascinato fuori privo di sensi. Poteva morire asfissiato» disse un poliziotto. Oh mio Dio, che tragedia.
Lorenzo compilò dei moduli e dopo aver risposto alle domande di pompieri e poliziotti corse lontano da quell’inferno. Andò da Marco. Era provato ma vigile, la bombola d’ossigeno come sentinella. Il ragazzo alzò il braccio, fece cenno di voler parlare. «Quando starai meglio» gli disse.
Lorenzo ritornò al comando di polizia. Pretendeva di conoscere il perché di quell’incendio, sapere chi fosse responsabile.
«? stato Tom» gli disse il comandante.
«Tom? Tom chi? Il poveraccio nella baracca in fondo alla strada?» Si morse la lingua per non imprecare. Se ammazzarlo avesse potuto far risorgere Il Ciociaro, lo avrebbe fatto.
«Sì. Lui. Ha dato fuoco ad alcuni pneumatici che si trovavano nel suo cortile. Credeva di averlo spento. Un soffio di vento si è infilato nella cenere ancora accesa sotto una montagna di spazzatura. La brezza notturna ha cambiato direzione. Il fuoco ha attaccato le caldaie e le cabine elettriche. I residenti hanno dato l’allarme» proseguì il comandante.
«Si può essere così idioti?»
«La situazione è seria. Si cerchi un bravo avvocato. Tom sarà soggetto a pesanti sanzioni pecuniarie se lei, parte lesa, volesse esporre denuncia» concluse l’ufficiale.
In quelle parole l’uomo vide tutti i volti del dramma che lo aveva colpito. Tom non aveva una casa. Viveva alla buona e alla giornata. Il poco denaro che intascava gli era sufficiente per sopravvivere, per il pub del venerdì sera, una birra, gli amici. Non possedeva il denaro per un risarcimento, sarebbe quindi finito in galera. Brividi di freddo, gocce di sudore che si rincorrevano sul viso, le mani tremanti, indussero Lorenzo a cercare una sedia. La stanza divenne grigia e mobile, il soffitto iniziò a correre verso il pavimento, le pareti gli si strinsero attorno, poi il nulla. Rinvenne con una tazza di caffè fra le labbra. Lorenzo guardò, avvilito, il poliziotto: il mondo non aveva più senso, la sua vita non aveva più scopo.
Non appena Marco ebbe fiato abbastanza per parlare disse all’amico: «Devi portare Tom davanti a un tribunale. Non può passarla liscia.»
Lorenzo non rispose. In cuor suo, pensava “Tom è un senza tetto. Un nullatenente. Non ha senso perseguirlo.”
A quel richiamo, in quel silenzio sospeso, replicò:
«Venderò tutto ciò che ho, IL CIOCIARO risorgerà dalle sue ceneri.»

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