WEN – FOLLIA – Mia cara Lavinia- Silvia Taccagni

Ci aveva riflettuto per giorni, vagliando i pro e i contro.

Non era certo che fosse la cosa giusta da fare, ma era l’unica che gli avrebbe permesso, senza alcun dubbio, di attirare l’attenzione di Lavinia.

Era ormai un anno che cercava di farsi notare da lei, ma ogni suo sforzo era stato inutile.

Agli occhi di Lavinia lui pareva essere invisibile.

Adesso avrebbe fatto l’ultimo tentativo. Il giorno precedente aveva comprato un enorme cuore imbottito e un bellissimo mazzo di rose rosse, poi, quella mattina, aveva indossato giacca, cravatta e i gemelli che gli aveva regalato suo padre, quelli che gli portavano fortuna.

Una volta pronto, era salito al quindicesimo piano di quel palazzone, lì dove si trovava l’ufficio di Lavinia.

Aveva escogitato un arrivo ad effetto, evitando di usare mezzi di salita convenzionali e banali.

Sarebbe stata una bella sorpresa.

Stavolta Lavinia lo avrebbe notato; era chiaro oltre ogni ragionevole dubbio.

Ma una volta giunto lassù fu lui a rimanere sorpreso; infatti venne a sapere che quella mattina la ragazza del suo cuore non era al lavoro.

Deluso per l’ennesima volta, tornò sui suoi passi. Dopo essersi trattenuto lassù a fumare una sigaretta, decise che era l’ora di tornare indietro e iniziò la discesa.

Nel tragitto tra il quindicesimo e il settimo piano ebbe modo di riflettere. Non era stata per niente una buona idea salire fin lassù; Lavinia non c’era e i colleghi di lei lo avevano preso abbondantemente in giro.

Proseguendo nello scendere contunuò a pensare. Fra l’ottavo e il secondo piano si rese conto che anche le modalità di salita che aveva scelto non erano state certo le più adeguate, come non adeguato al tipo di tecnica usata era l’abbigliamento che aveva deciso di indossare.

Mentre ancora rifletteva si rese conto che stava scendendo troppo precipitosamente.

A quella velocità l’aria gli punzecchiava le guance e faceva fatica a tenere gli occhi aperti.

Prima di chiuderli del tutto però, notò in strada una sagoma femminile che gli veniva incontro.

Era Lavinia che si affrettava per il turno del pomeriggio. Procedeva a passo spedito; era in ritardo come al solito.

Non fece però in tempo a varcare la soglia di ingresso del palazzo. Arrivata sotto il ponteggio esterno, quello che era stato allestito per il restauro della facciata, nonché quello che era stato  il suo mezzo di salita non convenzionale, lei aveva sentito un fruscio che si era fatto sempre più intenso.

Istintivamente aveva alzato gli occhi al cielo e subito dopo aveva puntato il suo sguardo per terra. Adesso si trovava lì, ferma immobile con di fronte quel che rimaneva di lui dopo l’impatto con l’asfalto.

Vi era sangue un po’ ovunque e pezzi di cervello appiccicati qua e là.

La sua faccia, quasi del tutto spappolata, era irriconoscibile.

Solo un particolare era ancora evidente; la sua bocca increspata da un sorriso, quel sorriso che aveva preso forma quando, mentre in caduta libera procedeva verso il basso, gli fu chiaro di essere finalmente riuscito nel suo intento. Una volta arrivato a terra, Lavinia non avrebbe potuto fare a meno di notarlo.

di Silvia Taccagni

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