WEN – FOLLIA – Mio Dio è pieno di stelle! – Adriano Muzzi

– Mio Dio è pieno di stelle!

Fu l’ultima frase del malato in fase terminale, dopo pochi secondi spirò con un sorriso stampato sul viso cinereo. Il dottore staccò i neuro-elettrodi attaccati in varie parti della testa del paziente e si girò verso il vetro oscurato della sala infermieri, sapeva che lui era ancora lì, abbozzò un cenno di saluto con la mano. Poi, una volta svolte tutte le formalità del caso, si recò nello spogliatoio per cambiarsi e per parlare con Giulio.

 – Ehi Giulio, come stai? Eri tu oggi che fornivi i sogni al paziente deceduto nella stanza 23?

L’uomo girò lentamente la testa bitorzoluta e squadrò il medico con occhi sgranati e la bocca spalancata da cui colavano fili di saliva.

 – Ciao dottor Alberto, io sogno, ergo sono, ma so di non sapere, e vivo in mondi incantati.

 – Sì, lo so Giulio, sei molto bravo in quello che fai.

 – Lo sogno, caro Alberto, da Berto, ossia Bertuccia! Lo sai che sono il più forte dell’universo, eh!?

 – Prima o poi mi devi raccontare i tuoi segreti…

Giulio era uno dei “donatori”, uno dei tanti ricoverati nel reparto neurologico affetto da gravi forme di pazzia paranoide, i cosiddetti matti. Facevano parte di un ristretto gruppo che donava le proprie fantasie ai pazienti in fase terminale che erano provati dai forti dolori, fisici e mentali. Allietavano i momenti più brutti con proiezioni di mondi fantastici e gioiosi. Una sorta di anteprima del paradiso, per chi credeva, ma anche per chi era ateo.

            Passarono gli anni e anche Alberto, il dottore, si ammalò gravemente. Nei suoi ultimi giorni di vita chiese di Giulio, e anche se ormai il “matto” era a riposo, acconsentì a fornire il suo servizio un’ultima volta.

 – Ciao Dottor Alberto, alber-t-o bello, Alberobello!

Il dottore accennò un mezzo sorriso dal letto di sofferenza in cui si trovava.

I medici attaccarono i neuro-elettrodi alla testa del febbricitante e dettero l’OK a Giulio per iniziare.

Alberto improvvisamente passò dal dolore cieco, ondate rosso fuoco di male assoluto, a un’assenza di colori e sensazioni, per poi iniziare il vero “viaggio”…

… mi sento bene, l’aria calda sferza il mio corpo muscoloso, sono in costume, in cima a un altissimo scivolo d’acqua. Il canotto su cui sono seduto parte in una corsa sfrenata su una discesa ripidissima. Ci sono scivoli di tutti i colori, arcobaleni si formano tra gli schizzi d’acqua. Percorro curve e rettilinei impossibili, sento l’accelerazione che mi fa accapponare la pelle. Urlo di gioia, divertito come non mi succedeva da quando era bambino. Con il mio piccolo canotto arrivo a un punto che sembra  un’enorme meringa multicolore, inizio a vorticare finché la traiettoria a spirale non mi porta a imboccare un pertugio in un imbuto gigante. Il tunnel riempito di musica allegra dura per alcune centinaia di metri, poi sbuco in un fiume circondato da una foresta fitta, sembrerebbe quasi l’Amazzonia, uno dei viaggi più belli che ho fatto da ragazzo. Uccelli arancioni cantano melodie di una complicatezza inarrivabile. Fiori giganti mi inebriano le narici con i loro effluvi magici; inspiro a pieni polmoni, mi sento in splendida forma. Sono il padrone del mondo!

Attraverso pianure verdi, deserti costellati da dune gialle come l’oro e poi montagne con picchi innevati. È tutto così bello, la mia mente gode eccitata; non sento dolore, non percepisco stanchezza, solo tanta felicità.

Il canottino adesso si trova su uno scivolo parabolico enorme, prendo velocità, i capelli lunghi – ma non li avevo così a 16 anni? – mi frustano le spalle. Sono alla fine della parabola a una velocità impossibile, urlo di paura e di stupore. Mi stacco dallo scivolo prendendo il volo, attraverso uno strato di nuvole, poi il blu, poi il nero e…

… mio Dio è pieno di stelle!

di Adriano Muzzi

“E coloro che furono visti danzare furono

giudicati pazzi da quelli che non potevano

sentire la musica.”

          —  Friedrich Nietzsche


Una risposta a “WEN – FOLLIA – Mio Dio è pieno di stelle! – Adriano Muzzi”

  1. Questo tuo racconto mi piace molto, ma non so bene perché, forse poiché non spiega, ma suggerisce, allude, suggestiona.
    Una domanda: Il sogno, che Giulio “presta” ai malati terminali per accompagnarli alla morte serenamente, è sempre lo stesso ovvero quello sognato da Giulio medesimo oppure cambia da soggetto a soggetto, per una sorta di simbiosi ove si mischiano le esperienze di vita dei due uomini e solamente il finale, la morte, rimane uguale per tutti?

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