La terra era secca e riarsa. L’aria era asciutta e rovente. Bastava poco perché le fiamme divampassero. Il ragazzo camminava coprendosi la bocca con una sciarpa di cotone, per non respirare la polvere e il fumo. Si riparava la testa con un’altra, avvolta come fosse un turbante. Aveva perso il cappello. Le suole delle scarpe parevano fondersi per il calore. Il ragazzo si riparava dal sole cocente con un vecchio ombrello divenuto grigio per la sabbia e il fumo. Come i vestiti. Stava cercando di allontanarsi da un altro incendio.
Prima che lui nascesse, quando si parlava di surriscaldamento globale, si credeva che il problema sarebbero stati i mari, che, con lo scioglimento dei ghiacci, si sarebbero innalzati. Era stato così. Le coste erano sparite sotto le onde.
Il vero problema, però, era stato sulla terra rimasta in superficie: il caldo aveva continuato ad aumentare. La vegetazione si era seccata. Quasi ovunque in Italia. Chi aveva comprato terreni in Siberia o in Alaska aveva fatto grandi affari. O sull’Appennino e le Alpi. Per non andar lontano. In pianura, invece, quel che non se l’era mangiato il mare, se lo stava mangiando il fuoco. Poi erano cominciate le guerre per quel che restava e nessun luogo era rimasto sicuro.
Il ragazzo aveva perso tutto. Aveva vent’anni. La sua famiglia non era scampata a uno di quegli incendi. Il fuoco correva più veloce delle auto. Un mostro che divorava ogni cosa.
Ma il vero mostro era l’uomo, che aveva scatenato tutto questo. Non era colpa della natura, del mare o delle fiamme. Era nostra, così come l’inferno che ci eravamo meritati.
Il ragazzo spingeva un carrello della spesa in cui aveva ammucchiato tutto quello che aveva ancora e un po’ di provviste. Il suo futuro si chiamava domani. Superare la settimana non sarebbe stato facile. I predatori erano in ogni luogo, pronti a rapinare chiunque. Figuriamoci un ragazzo solo. Fino ad allora, però, ce l’aveva fatta. Tanti altri no. Poteva farcela ancora. Aveva ancora voglia di vivere, anche se non sapeva perché. Prima o poi la Terra avrebbe smesso di bruciare. Lo sperava. Lo sapeva. E andava avanti. Spingendo il suo carrello. Nel fumo. Nella polvere. Nella sabbia. Nel caldo.
Tutto quel fuoco aumentava l’effetto serra, che aumentava il caldo, che alimentava gli incendi. Una spirale ormai inarrestabile.
Il ragazzo sognava le montagne. Lassù c’era ancora un po’ di vita. Per quanto? Non riusciva a immaginarlo.
Eccolo. Ecco il fuoco che avanzava sospinto dal vento. Era un’ora che il ragazzo non vedeva le fiamme che lo inseguivano. Era stanco. Aveva rallentato. Il fuoco non si stancava. Lo aveva raggiunto. Spinse il carrello su per il sentiero. Sconnesso. Faticoso. Il carrello era fatto per i supermercati, non per i monti. Una ruota schizzò via. Il ragazzo si affannò a rimontarla. Inutile. Sempre più caldo. Le fiamme sempre più vicine. Arraffò le cose più importanti e riprese la fuga. Il fuoco pareva bruciare anche i sassi. Troppo caldo. Il sentiero finiva. Il ragazzo si inerpicò tra gli sterpi. Andò avanti. Ancora e ancora. Una fitta di dolore acuto. La caviglia era andata. Caldo. Troppo. Le fiamme arrivavano. Il ragazzo non poteva più competere con la sua corsa. Ugualmente arrancò. Dolore. Acuto e intenso. Stramazzò al suolo. Ansimò. Attese le fiamme. Rassegnato. Rassegnato alla perdita del domani.

di Carlo Menzinger di Preussenthal

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