Dalia si affacciò al balcone;non era ancora del tutto buio.
Annusò l’aria;si sentiva uno strano odore di bruciato. Dalia non sopportava quell’odore;le faceva pensare al fuoco e lei ne aveva sempre avuto paura,fin da piccola.
Colore giallo,colore arancio e un gran calore,che dai suoi piedi si diffondeva in tutto il suo corpo,erano il suo incubo ricorrente.
Cercò di pensare ad altro e si soffermò a guardare qualcuno che passeggiava in lontananza.
Per un attimo le sembrò suo padre;la tristezza che provò fu infinita.
Ma non era solo il pensiero di qualcuno che amava che non c’era più che la faceva sentire così; in estate,al calar del sole, era sempre stata sopraffatta da una strana malinconia ,che, in alcuni casi, si trasformava in vera e propria angoscia.
Rimase ancora un po’ a guardarsi intorno e per la prima volta ripercorse a ritroso con i ricordi tutta la sua vita.
Riavvolse il nastro, cercando di non perdere nessun passaggio.
In estate le erano successe cose per niente belle e spesso la vita per lei non aveva preso la giusta direzione. Ma, anche quando la strada era stata dritta e facile da percorrere, non era mai riuscita ad evitare la malinconia che arrivava puntualmente al calar del sole, dopo un’intensa e calda giornata; quella tristezza che spesso si trasformava in ansia, anche quando le cose stavano andando nel verso giusto, quell’inquietudine che la attanagliava anche quando era felice, per quella subdola paura che alla fine qualcosa potesse andare storto.
Ed era così ogni volta, anche dopo i numerosi successi che avevano avuto come cornice il tepore dell’estate.
Anche in quei momenti in cui era soddisfatta della sua vita, c’erano sempre quel giallo, quell’arancio e quel calore in agguato.
Non riusciva a liberarsi dal pensiero di quel fuoco, quel pensiero che le faceva paura.
Rimase ancora immobile, immersa nelle sue reminiscenze; le estati belle e quelle brutte,fino a quel ricordo di bambina, l’ultimo ricordo al quale era riuscita ad arrivare,il primo ricordo che aveva.
Un afoso pomeriggio di Luglio, un pomeriggio spensierato come quello di una qualsiasi bambina di cinque anni, passato a giocare insieme a sua sorella.
Poi d’improvviso la testa che faceva tanto male, il lettone dei suoi e quel plaid a scacchi gialli e arancio e quel gran calore, la febbre altissima, la sensazione di essere in mezzo al fuoco.
Poi il sonno, un sonno durato giorni.
Qualcosa era andato storto, qualcosa che non sarebbe stato più possibile raddrizzare.
di Silvia Taccagni

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