WEN – FUOCO – Un vecchio cinese – Massimo Acciai Baggiani

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Un vecchio cinese camminava nell’immenso deserto roccioso. Non era stato facile arrivare fin lì. Nel suo villaggio il Covid aveva mietuto molte vittime e il Governo aveva proclamato la quarantena. Nessuno poteva entrare. Nessuno poteva uscire. L’intera regione era stata chiusa, ma lui era riuscito a fuggire. No, non era stato facile, per nulla: ciò che aveva passato in quei giorni sarebbe stato materia per un romanzo avventuroso. Ma alla fine era arrivato nel Deserto.

Il sole stringeva nel suo abbraccio millenario le pietre brune, e anche l’aria secca era così tenue che sembrava di un altro pianeta, lontana dalla foschia e dal pulviscolo tossico della Capitale.

Nella sua casa aveva lasciato ben poco di suo. In tanti anni non aveva accumulato nulla. Lasciava una figlia, Huan, e un nipotino, Wen, che sognava di essere tra i primi coloni marziani. Ma lui, il vecchio Qiang, non sapeva nulla di astronautica: gli bastava alzare gli occhi a volte al cielo, Tien, per godersi la luna piena tra i palazzi. Nel deserto la volta celeste era scintillante di stelle, mentre durante il giorno non si poteva guardare tanto era luminosa.

Il vecchio scorse all’orizzonte il profilo lontano delle montagne. Non sarebbe mai arrivato fin là, lo sapeva bene, ma ciò avrebbe avuto poca importanza. La fine del viaggio era vicina. Ripensò alla sua lunghissima vita, a come il mondo era cambiato da quando, giovane studente, accompagnava suo padre in bicicletta alla Città Proibita. Ripensò a Tienanmen, agli orrori del Regime, ai soldati schierato con i loro carrarmati e fucili. Ripensò a Li, il suo amore ormai scomparso, alla gioia della paternità e a quella di diventare nonno. Tanti momenti che sarebbero scomparsi con lui. Solo Huan e Wen avrebbero conservato qualche ricordo di lui, per un po’ di tempo, ma alla fine ogni traccia del suo passaggio terreno sarebbe scomparsa come rugiada mattutina. Ogni cosa deve morire. Anche lui se ne sarebbe andato, ma a modo suo, non secondo quella crudele legge sulla cremazione obbligatoria.

«Comprendi nonno» gli aveva detto Wen «è per colpa di quel dannato virus. Non ci sono abbastanza posti al cimitero, inoltre così è più igienico».

Mai! La legge sarebbe entrata in vigore presto, doveva fare in fretta. Fu aiutato da un funzionario corrotto ad organizzare la sua fuga. Ebbe fortuna, tutto andò liscio. E adesso si trovava lì, con il suo destino nelle mani. L’idea di quel fuoco che consumava la sua carne, magari ancora viva e palpitante, per la fretta di un medico che doveva visitare decine di case prima di tornare da sua moglie per cena, era intollerabile, quasi quanto il pensiero di una sepoltura prematura. Sono cose che capitano, lo aveva letto e ne aveva sentito parlare alla televisione. Lui aveva scelto una strada diversa.

Ormai la morte non gli faceva più paura. Era stanco, i suoi novant’anni li aveva vissuti al meglio, inoltre era ateo e non credeva negli inferni infuocati dei preti. Lui l’inferno lo aveva già sperimentato in vita, come tutti. Ma la paura del fuoco… quella era un’altra cosa. Perciò era fuggito. Aveva sentito parlare di quel deserto e delle grotte sotterranee da cui si accedeva da buchi nel terreno: voragini, alcune piccole, altre grandi, che si aprivano improvvise sotto i piedi dell’incauto viandante. Grotte enormi, antichissime, dove il suo corpo non avrebbe dovuto portare il peso eterno della terra e il fuoco di Stato non lo avrebbe consumato. Sapeva – ne era sicuro – che una caduta in una grotta lo avrebbe ucciso sul colpo, senza sofferenza. Così camminava, il vecchio cinese, corteggiando la Morte a ogni passo deciso.

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