WEN – GUERRA – La guerra dei dodici giorni – Manna Parsi

Da lavoro torno a casa stanca. Butto la borsa sul divano e vado verso il frigo per mangiare qualcosa e poi riposare. La casa sembra un forno, manca di nuovo l’elettricità.

Mangio veloce qualcosa di rimanenza di ieri sera e mi stendo sul divano ventilandomi.

Siamo senza elettricità per un paio di ore al giorno. Il governo ha sempre una scusa pronta per raggirare il popolo e in questo caso dà la colpa alla siccità e non agli embarghi imposti al nostro paese dall’occidente per il nucleare.

Mentre sto quasi per addormentarmi arriva mia figlia agitata e arrabbiata come sempre. Odia l’università, odia i professori, odia le materie. Butta la borsa sul divano e quasi prende la mia testa  e va nella sua stanza sbattendo la porta. Finalmente riesco ad addormentarmi e mi sveglio in un bagno di sudore. Preparo il tè del pomeriggio per me e lei che è ancora arrabbiata e vado a fare la doccia. Alle otto arriva mio marito butta la borsa sul divano e si versa un tè senza neanche salutarmi. Ancora mi domando perché nei film americani i mariti quando arrivano a casa salutano la moglie con un bacio.

Ceniamo mentre ascoltiamo il telegiornale, solite bugie e propaganda del regime. Dopo cena metto la cucina in ordine e guardo una puntata di Poirot per l’ennesima volta. Mi addormento sul divano aspettando mia figlia che cena fuori con gli amici. Finalmente torna e andiamo a letto. Domani ci aspetta un’altra giornata di lavoro e di routine.

Verso le tre di notte saltiamo dal letto per un forte boato seguito da tanti altri scoppi in varie zone  della città. Usciamo dagli appartamenti di corsa, confusi. Nessuno sa cosa stia succedendo perciò rientriamo e accendiamo la tv. Guardiamo i telegiornali iraniani che vengono trasmessi dall’ estero perché quelli nazionali fino all’ultimo momento non diranno nulla. Veniamo a sapere che Israele sta attaccando le sedi del potere a Teheran con droni che colpiscono le case dei governanti e dei capi  dei pasdaran,  guardiani della rivoluzione. Le esplosioni li uccidono nei loro letti.

I bombardamenti continuano tutta la notte. Teheran sembra una palla di fuoco. La gente impreca contro il regime e Israele sui tetti senza badare ai droni. Mi viene in mente mia madre che è sola in un altro quartiere a rischio perché i pasdaran hanno caserme in tutti i quartieri, vicino a moschee e case. Le telefono e lei mi risponde preoccupata e stordita. Le spiego ciò che sta accadendo e la intrattengo rassicurandola.

Solo alle cinque terminano all’improvviso i bombardamenti.

Il governo minaccia il licenziamento per chi non si presenti al lavoro, ma ciò nonostante io e mio marito decidiamo di non andarci e di rimanere a casa con nostra figlia. “Qualsiasi cosa debba succedere è meglio che succeda a tutti e tre”. Non conosciamo l’intenzione di Israele e se l’Iran è in grado di difendersi.  

Telefoniamo a parenti e amici. Per fortuna tutti stanno bene nonostante i danni subiti agli edifici. Mentre stiamo facendo colazione ricominciano i bombardamenti. La giornata passa con boati e ronzii dei droni. Ogni tanto saltiamo perché il rumore è più vicino. Non parlo dei nostri stati d’animo e di ciò che ci potrebbe accadere, visto cosa succede a Gaza.

Nel mentre l’aviazione israeliana lancia anche volantini in cui ci rassicura che non colpirà la gente  e che il regime degli Ayatollah ha i giorni contati. Ci rendiamo conto che non si tratta di una semplice scaramuccia tra i due regimi ma qualcosa di più serio.

La gente di Teheran sentendo il pericolo decide di lasciare la città per trovare un rifugio altrove.  Dopo poche ore le strade che conducono in luoghi più sicuri sono intasate. Alle tre di notte con la speranza di trovare meno traffico andiamo a prendere mia madre e partiamo verso il nord del paese. Fino a quel momento mi agitavo per conoscere il motivo di tutto quello che ci stava accadendo e mi saliva il sangue alla testa per tanta ingiustizia. Nel vedere mia madre con sguardo vuoto e che a fatica parlava, mi sono sciolta in un pianto silenzioso. Le do una tranquillante e lei si addormenta per tutto il viaggio. Un viaggio a dire poco interminabile. Lungo la strada chi non ha un posto dove andare ha piantato tende da campeggio con lo sguardo volto verso Teheran. Molte persone generose mettono a disposizione le loro case fuori città gratuitamente per chi non può permettersi un albergo.

Finalmente arriviamo a destinazione ma la preoccupazione rimane. I droni degli israeliani attaccano obiettivi ben precisi ma con lo scoppio vengono danneggiati anche case e uffici adiacenti.

Il governo chiude internet e la rete telefonica per paura delle spie che girano tranquillamente per la città e identificano i luoghi di interesse. In quei dodici giorni sono state giustiziate un centinaio di persone con l’accusa di spionaggio. Con la chiusura dei mezzi di comunicazione la gente rimane isolata senza poter avere notizie dei familiari e il terrore corre per tutta la città. Abbiamo trascorso dieci giorni lontani dalle nostre case e dalla vita di tutti giorni e abbiamo guardato tutto con sgomento e senso di impotenza.

Alla fine della guerra durata dodici giorni sono stati uccise più di mille persone con un migliaio di feriti e noi torniamo nella nostra città sollevati per avere ancora una casa.

Nessuno ha più parlato di quegli orribili giorni con un governo paralizzato che non ha saputo difendere i suoi cittadini. Per qualche giorno dopo la fine della guerra ha solo fatto propaganda antisemita e antiamericana, niente altro.

Siamo tornati alla vita di tutti giorni. I mercati si sono riempiti di gente, i ristoranti hanno ripreso con la solita clientela, i parchi e i giardini si sono riempiti di bambini con le loro voci e i palloni che girano per aria. Siamo ritornati alla solita solitudine di un popolo che da quarantasei anni sta lottando per i suoi diritti basilari e nel mentre subisce due guerre imposte e ogni tipo di offesa da parte di stranieri. Alla fine di tutto rimane solo l’indifferenza.

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