WEN – INCUBO – Incubo infinito – Laura Gronchi

Mi sveglio di soprassalto, lo sguardo si spalanca su un paesaggio ignoto, desolato.

Dove cavolo sono?

Come sono finita qui?

Una distesa di sassi e sabbia si estende a perdita d’occhio.

Balzo in piedi impaurita, giro intorno, avanzo, poi torno indietro.

«Ehi! C’è nessuno?»

Le parole escono smorzate, mi sento la bocca foderata di rena, la lingua attaccata al palato, gonfia come una palla.

«C’è qualcuno? Aiuto! Aiutatemi!» piagnucolo disperata, ma esce solo un sibilo rauco.

Oddio, ma cos’è successo? Mi gira la testa…

Fa così caldo che sembra di stare in un forno. Il cielo lattiginoso nasconde il sole, non riesco a orientarmi.

Odo un sospiro. Sobbalzo e mi giro: non c’è nessuno.

Uno scherzo della disperazione, mi dico.

Un altro respiro, profondo, pesante. M’irrigidisco e sbircio dietro le spalle. Nessuno.

Il sudore sprilla incontrollato e mi bagna da capo a piedi, ruoto su di me e con la frenesia di una locusta guardo su, giù, davanti, dietro, sotto terra, dietro a un sasso, ovunque.

«Chi sei? Dove sei?»

Scappa, mi dico.

Con piedi pesanti come piombo tento la fuga, ma il respiro aumenta, diventa feroce, m’insegue, mi raggiunge, mi avvolge.

«No!»

Ansante apro gli occhi in una stanza buia. «No…» Sto stritolando le lenzuola tra le mani, sotto di me il materasso. Mi passo il palmo sul collo fradicio.

Era solo un incubo, penso, e il peso che mi grava sul petto un pochino scema.

Accanto a me c’è Marco con il suo russare tranquillo.

Mi distendo e chiudo gli occhi, i battiti del cuore accelerati vanno a braccetto con la sensazione che qualcosa ancora non quadri.

D’improvviso rivedo l’alterco con mio marito che scorre vivido come un film nella mente: il bicchiere rovesciato, i piatti rotti, le offese e gli spintoni, finché lui a un certo punto se ne va sbattendo la porta, lasciandomi scossa.

Tra un singhiozzo e l’altro trangugio la bottiglia di vino poi non ricordo altro.

M’irrigidisco e intanto il sudore insidioso torna a inzupparmi il corpo.

Marco è rimasto dormire da sua madre. Chi diavolo c’è nel letto?

Schizzo via e nel buio mi addosso al muro, il tremito convulso mi squassa le membra, le mani che sgusciano ansiose lungo la parete alla spasmodica ricerca dell’interruttore.

Il russare adesso è dentro di me, si espande pulsante e sembra volermi far scoppiare la testa.

Trovo il pulsante, un attimo di esitazione e premo.

Mi risveglio nel letto, gli occhi sbarrati inquadrano il vecchio comodino marrone e panna. La luce mi ferisce, sbatto più volte le palpebre e soffio il naso chiuso a uno dei tanti fazzolettini ammucchiati sul piano.

Ero io che russavo… Dio che spavento. Colpa del vino, mi ha sempre fatto brutti scherzi.

Mi alzo e vado in bagno. Lo specchio rimanda un volto stravolto che stento a riconoscere: la faccia è gonfia, i capelli arruffati pendono a mazzetti dalla testa, la lingua patinosa accompagna un alito che sa di carogna. Dalle persiane filtra il chiarore dell’alba.

Diamoci una sistemata.

Mentre faccio colazione un raspare furtivo richiama l’attenzione verso la porta.

Eh, no! Ora basta misteri! Di scatto mi avvicino e la spalanco. Dietro c’è Marco, in una mano le chiavi nell’altra un buffo mazzolino di primule. «Non sono ancora aperti i fiorai.»

Sorrido. «Nottataccia, eh?» e ammicco alle profonde occhiaie blu. Anche lui ridacchia.

«Senti chi parla. Posso entrare?» Mi faccio da parte, prendo i fiorellini e li poso sul tavolo.

Bene, mi dico, abbiamo ancora qualche minuto per rappacificarsi come si conviene.

E mentre mi accoccolo tra le sue braccia, non vedo il ghigno malefico che gli stravolge il volto.

di Laura Gronchi

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