
Il gatto che rallegrò la mia infanzia e parte della mia adolescenza si chiamava Cecco; era un maschio bianco e grigio di dimensioni ragguardevoli. Non riportò mai una ferita nelle molte battaglie territoriali o d’amore con gli altri gatti del circondario, ma ne segnò più d’uno di cicatrici. In campagna, dove abitavamo allora, poteva sfogare il suo istinto di cacciatore in piena libertà.
Gli piaceva il baccalà bagnato: lo pescava con grazia dal catino sull’acquaio dove mia madre lo metteva ad ammorbidire, se lo portava alla bocca, poi balzava sul davanzale della finestra e da qui a terra, per correre a mangiarlo in qualche anfratto: era perfettamente consapevole di essere un ladro.
Visse a lungo, quasi quindici anni.
Mi voleva bene e mi proteggeva, consapevole di essere adulto quando io ero ancora un cucciolo. Sembrava comprendere, anzi direi comprendeva benissimo che non avevo amiche con cui giocare, giacché abitavo in una casa isolata ed ero perciò una bambina piuttosto solitaria. Ebbene, il mio Cecco s’impegnava molto per farmi compagnia.
Gli piaceva sentirmi leggere a voce alta. Mi avevano insegnato a studiare leggendo e ripetendo in quel modo, dopo avermi spiegato che la memoria uditiva era utile per facilitare l’apprendimento, Quando andai alla scuola media fui costretta a praticare quell’esercizio per ore, sia pure con intervalli durante i quali eseguivo i compiti scritti. La scuola media era molto pesante ai miei tempi e molto selettiva. Dovevo essere brava, cercare di ottenere qualche borsa di studio.
Cecco mi faceva compagnia per interi pomeriggi. Si acciambellava sopra ai miei piedi, immobile finché sentiva la mia voce. Quando tacevo si alzava, si stirava e usciva dalla stanza. Ma appena ricominciavo a leggere, arrivava di corsa e riprendeva la stessa posizione, sempre ai miei piedi. Quando leggevo qualche poesia, faceva le fusa: aveva orecchio per il ritmo e le rime. Gustò a rate tutta l’Iliade nella traduzione del Monti. Fu il mio assistente fino al primo anno delle superiori, poi fui ospite di parenti in città per frequentare la scuola con più agio e Cecco s’impegnò ad assistere mia madre che era rimasta vedova ed era particolarmente depressa.
Se mi chinavo a guardarlo, ricambiava il mio sguardo e mi sembrava che sorridesse. In questo caso gli attribuivo un atteggiamento che non gli apparteneva, un comportamento umano, però non ho mai immaginato che comprendesse il senso delle parole che pronunciavo studiando, neppure quando ero una scolaretta delle elementari. E tuttavia alcune parole umane le comprendeva davvero: sapeva che Cecco era il suo nome, se lo chiamavo veniva a strofinarsi alle mie gambe e alzava la testa per guardarmi, come aspettando ordini. “Ora andiamo a mangiare” lo spingeva verso la saletta dov’era la tavola apparecchiata, “Andiamo fuori” era un invito a precedermi sulla soglia di casa, dove, se indugiavo, si fermava ad aspettarmi..
Spesso mi voleva mostrare quanto era bravo. Nell’estate, se ero seduta, impegnata in qualche occupazione diversa dallo studio, arrivava di corsa con un topolino in bocca e lo deponeva ai miei piedi. Il topo era vivo ma restava immobile, fingeva di essere morto. Cecco lo schiaffeggiava leggermente con una zampa e quello, dopo due o tre sollecitazioni, fuggiva via. Allora il mio amico lo afferrava di nuovo con i denti e tornava fuori a mangiarlo. Immagino che non volesse disgustarmi mostrandomi il sangue della preda. Infatti ripuliva con la lingua ogni traccia che fosse rimasta sul pavimento,
Dopo la sua morte non ho voluto altri animali domestici.
Terza Agnoletti

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