WEN – Intelligenza animale – Un brivido che vola via – Lorenzo Iannelli

Il buio non è un’assenza; è una presenza solida, una coltre di velluto nero che preme contro le pareti della mansarda. Ero rimasta intrappolata in quella stretta scatola di legno e polvere, mentre fuori il mondo pareva sciogliersi sotto una pioggia insistente. Il ticchettio sulle tegole era un codice morse che non sapevo decifrare. Ogni scricchiolio delle travi mi sembrava il passo di un predatore.
D’un tratto, dal giardino invaso dalla nebbia, arrivò il primo tetro presagio.
Creeek… Creeek…
Il suono era una lama affilata che incideva il silenzio. Un’altalena. Un’altalena ondeggiata da dita invisibili nel cuore della notte. Immaginai una creatura occulta, un essere provvisto di inespressivo e ignoto rancore, seduto a dondolarsi sotto i rami nudi del vecchio salice, mentre fissa immobile la mia finestra con occhi vuoti. Il terrore mi paralizzò; sentivo il sangue pulsarmi nelle tempie come un tamburo di guerra. Dovevo capire. Mi trascinai verso il vetro appannato, il petto che batteva contro il freddo della cornice.
Fuori, il giardino era un acquerello sbiadito. Sulla cima di un arbusto, una sagoma esile: un cardellino che scrollava le piume inzuppate. Aprì piano il suo becco e ne uscì di nuovo quel suono: un verso stridulo, come la ruggine che morde il ferro. Nessun mostro. Solo natura e solitudine. Cercai di calmarmi, ma l’aria nella mansarda era diventata irrespirabile, carica di odore di legno umido e chiuso. Mentre tentavo di muovermi nell’oscurità, un altro suono mi inchiodò al suolo.
Mpfff… Mpfff…
Un soffio. Un rantolo umano, pesante. Al mio fianco. Qualcuno stava andando incontro alla morte — o la stava procurando a qualcun altro — a pochi centimetri da me. Un’angoscia soffocante mi strinse la gola. Potevo sentire quasi il calore di quel fiato, ansimante come un polmone affannato. Avanzai millimetro dopo millimetro, il cuore pronto a esplodere contro il petto. Il rantolo divenne un fruscio di cartone stropicciato.
Dalla trave sopra la mia testa, due dischi d’oro fiammeggiante mi fissarono. Un barbagianni. Il suo respiro minaccioso non era altro che il soffio di un rapace sorpreso nel suo rifugio. Non c’era nessun agonizzante. Solo piume bianche come soffici nuvole e occhi che leggevano la mia paura.
Vidi sottocchio, alla mia destra, la finestra della mansarda socchiusa, la stessa dalla quale sono entrata qualche ora prima: un varco di speranza nel muro di incubi. Mi lanciai verso l’apertura, la mia via di fuga per la salvezza. L’aria della notte, ora pulita e gelida dopo la pioggia, mi investì come una benedizione.
Distesi le ali. Sentii le penne fendere la leggera densità dell’aria, il vento che solleticava le mie coperte azzurre. Mentre prendevo quota, virando sopra il tetto della casa che mi aveva quasi ucciso di paura, non potei farne a meno. Era la mia natura di ghiandaia, imitatrice perfetta, il mio sberleffo al destino. Aprii il becco e lanciai verso le finestre chiuse un miagolio straziante, acuto, identico a quello di un gatto che, stretto in una morsa di dolore, invoca soccorso.
Vidi la luce della camera accendersi di colpo. Un uomo si sporse, chiamando ansioso il suo micio, convinto che la bestiola fosse in difficoltà. Mentre mi allontanavo nella notte, pensai a quanto sia fragile la verità. È incredibile come sia facile costruire mostri con un soffio d’aria. Siamo tutti condannati a questo teatro di ombre: umani che inseguono fantasmi e animali che scappano da trappole sonore. In fondo, la paura non è altro che la nostra incapacità di ascoltare e di riconoscerci parte di un unico, immenso respiro; basterebbe invece tornare a chiamarsi per nome. Semplicemente.

Lorenzo Iannelli

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