
“Sono qui, su questa distesa di strana erba rasata calda polverosa screziata di colori diversi che s’intersecano riecheggiano in assonanze cromatiche a confondere la vista; d’erba non sa all’odore, ma di animale, stranamente. Trattengo il respiro accoccolato immobile, camaleonte mimetizzato di verdi cangianti nel fitto del fogliame… lucidamente richiamo nel cavo del mio cuore il mio odore il pulsar del mio sangue la paura che devo controllare se non voglio che si trasformi in acri tracce olfattive diffuse nell’aria a svelar la mia presenza per poi farmi morire, ucciso dalla belva.
Arti superiori serrati al petto acquattato sulla pancia a sua volta acquattata sugli arti inferiori, capo e collo incassati nelle spalle, cuore pulsante all’impazzata: tamburo, che, però, vibra solamente entro la sua cassa armonica medesima, che non fa percepire all’esterno rimbombo alcuno: sono più una monade chiusa in se stessa né porte né finestre che un essere senziente e pensante qual realmente io sono; solo gli occhi rimangono vigili sul mio nemico e sui suoi movimenti, occhi sbiechi attenti a non incrociare il suo sguardo acuto e crudelmente studioso e conto, fornendo così vantaggi inopinati alla belva.
Sono atterrato per caso su questo pianeta a me sconosciuto, ove tutto m’è estraneo, i miei compagni li ho persi nel corso del lungo viaggio e da solo sono approdato su questo mondo ostile e nel contempo ricco di risorse per la nostra specie. Non so calcolare la durata della mia permanenza, né so ben capire come farò a tornare in patria e se riuscirò a rimettervi piede …ma quel che conta adesso è altro…l’imperativo presente è non farsi percepire ghermire dalla belva.
L’aria su questo pianeta è più pesante e afosa ma respirabile, con soffioni che emanano strane onde di calore intenso e odori ora pestiferi ora appetibili: l’olfatto più degli altri sensi mi guida, avvisandomi prontamente di effluvi acri ostili, e mi permette così di fuggire lontano da lei, la belva!
Il buio e la paura sono la mia fonte di salvezza: nel buio silenziosamente mi muovo esploro ora salendo su vette esageratamente elevate ora percorrendo piatte praterie brulle dal terreno duro gelido sterile, ove, però, a tratti spuntano potenziali risorse da sfruttare e fonti d’acqua potabile; la paura è il mio angelo custode, non mi fa compiere passi avventati, come una seconda pelle mi avvisa delle anomalie e mi fa sopravvivere, a dispetto della belva.
Qui la luce non s’alterna al buio periodicamente come da noi, non ho ancora capito come a un tratto dall’oscurità tutto s’illumini e, dopo un attimo di abbacinamento, tutto sia visibile per poi tornare d’improvviso a nascondersi nelle tenebre, più fitte allo svanir di quell’ignoto strano sole. Tempo addietro, mentre tutto era in piena luce, lo spazio a un tratto si ravviva di fragranze animali sconosciute, la terra sotto i piedi trema rimbomba…l’aria si scompone s’agita…a una certa distanza svetta… altissimo…un monte…semovente! …La paura mi prende…veloce io fuggo nella prateria e mi rifugio in una grotta…dell’essere immane nessuna traccia…ma…ecco la belva!
Ha percepito il mio odore come io il suo… dal fondo dell’anfratto ne intravedo la punta di un arto che avanza nella cavità per adunghiarmi…entro il pertugio tasta a destra davanti a manca…si stira si ritrae s’allunga… oltre un breve limite non incede…il suo tanfo m’avvolge mi soffoca…io mi fo parete di roccia nella roccia…l’angusta bocca del mio rifugio è proibitiva per il procedere oltre di quelle dita…si ritrae…torna il buio l’immobilità… ma il nemico rimane qui sulla soglia in attesa vigile, come me, chissà per quanto… alla fine stanco s’allontana…sono salvo ancora una volta, belva!
Poco fa quello strano prato, che non ha sentore d’erba bensì d’ovino, mi ha colto in fallo: la voglia di conoscere capire ha prevalso sulla paura e solo a un passo di distanza ho colto la presenza della belva.
Fuggire in questi casi è morte sicura, rimane solo la forza della disperazione tentare il tutto per tutto: la paura che annulla la paura: divenire monade che crea intorno a sé una diafana sfera isolante…pulsare del cuore e del sangue respiro sudorazione muscoli ossa -anche il loro midollo- tutto rallenta si ferma e tu ti confondi con l’ambiente circostante sei invisibile non più percepibile, neppure per la belva.
Fino a questo istante la monade ha funzionato, il mio nemico si aggira nei dintorni quasi mi sfiora, istintivamente sa che sono lì ma non mi vede in quel prato arabescato né riesce a fiutarmi grazie anche agli afrori ovini esalati da questa strana erba… io muoio di paura senza però percepirla… io sono la strana erba di questo strano prato emanante strano odore animale, come se delle pecore avessero ceduto parte del loro frazio in cambio di cibo… e tutto ciò disorienta confonde la belva…
Un grido: “Cos’è quell’essere sul mio tappeto persiano?!”… non so se di sorpresa disgusto oppure…di involontario aiuto… è il monte semovente, il Titano che dall’alto della sua altezza ha visto me e la belva vicinissimi immobili… non capisco ciò che dice… ma una folata di vento m’indica una porta spalancata all’esterno…addio belva!
Lei, sorpresa dal grido inatteso, alza lo sguardo sul provvidenziale colosso… è l’attimo giusto…mi lancio aldilà dell’uscio verso l’aria la luce la salvezza…corro con curve irregolari secche imprevedibili…mentre alle spalle m’insegue invano il fiato ansimante della belva.
Finalmente a casa! –squittisco felice al sicuro rodendo una radice- Adesso miagola pure quanto ti pare… a mai più rivederti, belva!”

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