
A Signa si favella sin dal XIV secolo di una “gallina dalle uova d’oro” legata al presunto tesoro che il condottiero lucchese ghibellino Castruccio Castracani nel 1326 avrebbe lasciato nei sotterranei del Castello. Da questa leggenda parte la mia storia.
“Ma dove si è cacciata, Morgaro?”
“Chi?”
“La gallina mugellese, la favorita nell’harem di Garibaldi; lui col becco e i suoi speroni comanda a bacchetta tutte le sue spose-galline, ma la gallinella no, per lei solo complimenti e vermiciattoli, i migliori. Come sono carini loro due, quando volano insieme sui rami bassi del melo e da lì nel campo, aldilà del pollaio! Le altre galline, di stazza maggiore e “culone” come sono, guardano la coppia con espressione ottusa e non capisci se la biasimano o la invidiano”.
“Il tuo giudizio è troppo parziale, Rinda; la gallinella non ha conquistato solamente il cuore di Garibaldi, ma anche il tuo!”
“Certamente, Morgaro! E dove la trovi una creaturina che, quando tu raccogli una manciata di chicchi di grano, ti vola sulla spalla e delicata coglie dalla tua bocca il chicco preparato per lei e ancora, ancora… lievemente, senza mai beccarti le labbra?! Ora, però, non la vedo: ho girato tutto il campo… ma niente.”
“Farà come la gallinella della leggenda: un giorno troveremo in un pertugio una covata di uova d’oro e… diventeremo ricchi! Aspetta un po’: ho intravisto Garibaldi là, nel campo incolto del nostro vicino.”
Morgaro cauto s’appressa e segue Garibaldi col suo ciuffo d’erba nel becco.
“Guarda, Rinda, la gallinella ha fatto il covo in quel rovo di more secco e s’è nascosta proprio sul fondo per deporre le uova. Garibaldi la aiuta portandole l’erba più morbida e profumata per tappezzare il nido; stavolta i pulcini non nasceranno nel pollaio… noi non vedremo la madre, con le sue penne gonfie, allargare le ali per accogliere sotto di sé tutti i suoi piccoli e riscaldarli col proprio calore… né, attorniata dalla covata, selezionare il verme più grasso, prenderlo col becco e deporlo davanti ai pulcini, ripetendo la pantomima fin quando… il più sveglio del gruppo afferra lui col becco la povera preda e la scarrozza a destra e a manca per sottrarla al codazzo dei fratelli famelici, che finalmente, ma in ritardo, hanno capito come si fa a nutrirsi da soli!” e la Rinda:
“Ma qui sono tutti più esposti ai pericoli e alle intemperie! Morgaro, prendi la Bianchina e riportala nel pollaio; io con le cesoie tarperò le ali a lei e al suo sposo per non farli più volar via da quel luogo sicuro.”
“Non si può, Rinda; ora che ha scelto il suo covo all’esterno, niente e nessuno la dissuaderà… se m’accosto per prenderla, lei volerà più lontano, oltre il muro di cinta del vicino, e allora sì “Addio Bianchina!”: fuori c’è la volpe, la faina… anche i predatori devono nutrirsi… Qui nel campo il nostro vicino non viene mai, lo lascia incolto e la gallinella è al sicuro.”
Passano diciannove giorni, durante i quali Garibaldi in continuazione fa la spola tra pollaio e luogo di cova, portando erba tenera alla tenera sposa e facendo la guardia al nido nei rari momenti in cui la Bianchina s’allontana dal covo per rifocillarsi un po’ e sgranchire le zampe.
Rinda e Morgaro, sempre a debita distanza, controllano:
“E hanno il coraggio di chiamarle “bestie”! Guarda con quanto zelo e premura la Bianchina sta sulla cova, con Garibaldi appresso che fa la guardia! Tra due giorni i pulcini, rotto il guscio, usciranno alla luce del sole e mamma e babbo li condurranno al pollaio per farli ammirare e badare da tutte le altre galline!”
La mattina di due giorni dopo, al primo baluginar dell’aurora:
“Ma cos’è, Rinda, questo rumore orrendo a quest’ora della giornata, quando i cristiani ancora hanno gli occhi abbottonati dal sonno? … non è ancora l’alba…. sembra il trambusto di una falciatrice meccanica.”
“Morgaro… la mamma…i piccoli…Garibaldi! Presto vestiamoci, andiamo nel campo del vicino… fermiamo quella macchina infernale prima che sia troppo tardi!”
Passano pochi minuti.
“Guarda, Rinda, davanti alla falciatrice c’è Garibaldi, che si scaglia contro le lame d’acciaio…ristorna indietro…si dà alla fuga! Anche la Bianchina sarà fuggita! Fermi, per la miseria, fermatevi! Che ci fate a quest’ora?! La legge lo proibisce!”
La falciatrice s’arresta, ma dietro di lei lo scempio è ormai compiuto.
Il tenero covo è distrutto… gusci in frantumi… albume misto a sangue… corpi maciullati di inermi pulcini… piume becco zampette in una poltiglia straziante e… davanti al covo… la madre, la Bianchina, ridotta a pezzi… di fronte al pericolo una mamma non scappa, difende i suoi figli fino alla morte… con la bianca livrea imbrattata di sangue e ferite… con la testa reclinata… col becco socchiuso la Bianchina ha esalato il suo ultimo respiro e, tagliata di netto dal corpo maciullato, un’ala spezzata è ancora su quei corpicini per un’ultima difesa vana.
No, nel campo falciato non c’è un nido con le uova d’oro… l’amore materno… è quello l’unico oro… struggente.

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