
Favola di Esopo rivisitata.
Sul lido d’un bel rio uno scorpione
Sull’altra sponda volendo arrivare
Si rovellava nelle sue cervella
Chiedendo cosa mai potesse fare.
“Nuotar non so e certo affogherei”
Dubbioso rifletteva sulla riva,
Quand’ecco che sull’erba verde scorse
Una ranocchia grossa che dormiva.
“Svegliati, amica, e fammi il piacere
Di traghettarmi là sull’altra sponda
A nuoto non so andarci e annegherei
Vinto dall’acqua rapida e profonda.”
“Dimostri intelligenza amico mio
A escogitare tale soluzione,
Ma a me che giova correre tal rischio:
D’essere punta dal tuo pungiglione?!”
“L’intelligenza mia si fa garante:
Di sicuro dopo averti colpito
Tu a morte certa sei sì condannata,
Ma io… ti seguo subito d’acchito…
E poi la fama dell’unicità…
L’essere scampata a sicura morte
Ti renderebbe nota a tutto il prato
Vedresti spalancar tutte le porte…”
La rana si convince e sulla groppa
Accoglie cauta l’infido scorpione,
Ma se da un lato controlla la rotta
Dall’altro lei tien d’occhio il pungiglione!
Giunti che sono vicini all’altra sponda
La natura maligna viene a galla
Ma al guizzare della coda letale
La groppa della rana caracalla…
Scivola giù lo scorpione nei flutti
Il suo veleno disperde nell’onda,
Umida bara che su lui si chiude,
Mentre la rena la rana circonda.
E questa pensa là sul lido salva
Vedendo un luccio con labbra cicciute
Mangiar le chele dell’empio scorpione
La cui coda non più timore incute:
“L’indole bieca può far brutti scherzi
Ma non è detto che sempre riesca!
Sottostimare chi ci sta davanti
Può trasformare un carnefice in esca.”

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