WEN – Intelligenza Artistica – L’intelligenza artistica – Nabila Cini

Io l’ho capito tardi che non era solo capacità tecnica né solo capacità emotiva. Io l’ho capito dopo che avevo già perso finezza nella mano e avevo quasi perso anche millimetraggio del mio gesto. Mi chiamo Irene, ho 38 anni, vivo a Bologna in via San Donato, interno scrostato, soffitto ancora leggermente giallo di fumo ereditato da inquilini più antichi del concetto stesso di norme. Il mio studio è un tavolo Ikea, sabotato dalla pittura secca nelle fughe tra le tavole.

Andrea è il mio compagno. Alto, ingegnere software, spalle sempre leggermente curve in avanti, come se ogni giorno pesasse 4 giga in più di soluzioni non richieste da nessuno che però lui sente dover comunque trovare. Lui pensava di essere razionale, ma nei suoi breakdown davanti al frigo mentre chiude occhi e appoggia fronte al metallico, io vedo matematica che piange.

Invece Sara è la mia migliore amica. Capelli rossi naturali, frisé involontario, ride come se la realtà fosse piena di glitch che lei vede e interpreta come segni positivi. Lei mi ha detto mesi fa “tu non hai perso la mano, tu non hai ancora capito il nuovo motore”. Io ho finto di capire, ma non avevo ancora fatto decantare quella frase.

Io l’ho capito una notte, quando Andrea dormiva e sembrava bambino e non architettura di calcoli. Io stavo rivedendo scatti dei miei quadri del 2019. Guardandoli sul monitor calibrato a 6500K, ho sentito nausea. I colori erano “bravi”, erano corretti. Ma erano ottusamente intelligenti nel senso sbagliato. Erano come CV ottimamente compilati.

L’intelligenza artistica non è la capacità di ottimizzare. È la capacità di generare collisioni tra ciò che non è ancora pensabile e ciò che è già materia, carne, pixel, legno, pigmento. È la capacità di aprire finestre interne nuove e far entrare corrente che non sai ancora codificare.

La vera frattura è avvenuta al mercato della Montagnola, sabato scorso. Avevo un cappotto nero troppo caldo, e la signora marocchina che vendeva tessuti ha tirato fuori un velluto blu tendente al petrolio. Non era solo colore: era direzione. Aveva dentro già il movimento. Io ho guardato quel blu e l’ho riconosciuto non come “estetica buona” ma come “logica che evolve”.

Sono tornata a casa, ho messo il tessuto sul tavolo Ikea e l’ho lasciato cadere come voleva la gravità. Nessuna composizione mia. Ho iniziato a dipingere sopra le curve generate dal peso vero, non dalla mia idea.

In quel gesto, per la prima volta, io non ero la dominatrice del materiale, ero la co-agente.

Io non producevo arte. Io producevo conversazione.

C’è una forma nuova di intelligenza là dentro, che è superiore sia al sentimentalismo cieco sia alla tecnica presuntuosa. È una terza cosa.

Non so se è replicabile. Non so se è addestrabile. Non so se sarà stabile.

Ma l’intelligenza artistica è questa: non somiglia alla perfezione, somiglia al rischio che accetti di non prevedere ma scegliere comunque.

Io ora, mentre scrivo, vedo Andrea stirarsi nel sonno. Sara domani verrà con brioche “pessime ma poetiche”. Io sono qui, donna adulta, in appartamento di segni passati su mura non mie, che prova a costruire nuove regole conoscitive.

E per la prima volta, non mi interessa se questo diventerà stile. Mi interessa che è vivo.

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