
Nel canto terzo del Paradiso Dante richiama la spiegazione teologica che Beatrice, gli aveva dato nel canto precedente ricordando che “di bella verità m’avea scoverto, provando e riprovando il dolce aspetto”.
“Provando e riprovando” cioè fornendo le prove della “bella verità” e riprovando, cioè confutando le precedenti errate interpretazioni.
Galileo fece suo il motto dantesco “provando e riprovando” ma con una interpretazione completamente diversa.
Nell’attività scientifica, di ricerca, negli esperimenti è necessario non solo “provare” un fatto, una teoria, ma anche “riprovare” cioè verificare le ipotesi avanzate.
Il motto “provando e riprovando” caro a Galileo e ai suoi epigoni fu adottato anche, nell’accezione galileiana, come motto dell’Accademia del Cimento, la più antica Accademia scientifica moderna fondata nel 1657
Anche Carlino Robotti, appassionato di tutto quello che riguardava la scienza e le ricerche scientifiche, aveva fatto suo questo motto, ma con una accezione ancora diversa.
Dante aveva dato al verbo riprovare il significato di confutare, Galileo quello di verificare, mentre Carlino, forse più terra a terra, quello di provare un’altra volta.
Già dagli anni del liceo, quando durante le lezioni di materie scientifiche, veniva proposto un esperimento, o quando ne prendeva conoscenza dalle pubblicazioni (si era abbonato ad un paio di riviste scientifiche) o dalle ricerche su internet, non aveva sosta, provando e riprovando appunto, finché l’esperimento non gli riusciva.
Finito il liceo si era iscritto alla facoltà di chimica conseguendo la laurea a pieni voti discutendo una tesi sulle terre rare, sulle loro applicazioni, corredata da tante ipotesi e tante pratiche verifiche.
Grazie alla sua brillante laurea trovò subito impiego in una azienda specializzata nel trattamento delle terre rare e, soprattutto della loro ricerca ed estrazione dagli scarti di varie lavorazioni.
Ma dopo, un paio di settimane, alla sua mentalità scientifica sembrò troppo farraginoso il metodo adottato dall’azienda per questa ricerca, e si impegnò per trovare una soluzione che fosse al contempo più rapida ed anche più economica.
E così, trattenendosi anche oltre l’orario di lavoro, nel laboratorio della ditta, combinando sostanze chimiche, reagenti e metodi di lavorazione, maneggiando storte e alambicchi, cercò, provando e riprovando, di trovare la soluzione cercata.
Finalmente, dopo diversi giorni e tanti tentativi, trovò finalmente la soluzione al suo problema.
Dopo averne verificato la bontà, come un novelle Archimede, (ma fortunatamente non era nudo, indossava il suo bianco camice, costellato delle tante macchie lasciate da sostanze e reagenti da lui trattati), si precipitò verso gli uffici della direzione urlando dentro di sé “Eureka, ho trovato. Ho trovato”
Peccato però che, nel suo entusiasmo, avesse lasciato un becco Bunsen acceso e aperta la porta del laboratorio.
Una corrente d’aria, provocata da chissà che, spense la fiamma e, a poco a poco, il gas uscito dal becco invase il laboratorio.
Carlino, dopo aver parlato della sua soluzione con il direttore della produzione, che per altro lo aveva ascoltato con una certa sufficienza, tornò in laboratorio e accese la luce.
Bum!!!
La deflagrazione lo scaraventò ad un paio di metri oltre alla porta ma lo lasciò illeso.
Ma ingenti furono i danni arrecati al laboratorio e alle sue attrezzature.
Carlino fu licenziato in tronco e la sua soluzione non fu presa in nessuna considerazione.
Ma Carlino non si arrese e “provando e riprovando” la propose ad altre aziende similari finché una, trovandola geniale, l’adottò.
Carlino fu assunto come direttore del laboratorio di ricerca.

Rispondi